Archivio mensile:marzo 2012

Capita

Capita di arrivare a scuola in macchina e rallentare pian piano per poi fermarsi in seconda fila, senza segnalarlo alla macchina dietro. Capita. Però poi, siccome c’è una scuola, siccome la cosa la fanno in tanti, siccome la strada l’è un buchino, insomma, le macchine camminano a passo d’uomo, quindi rischi non ce ne sono. Epperò. E però ieri dietro la Carlotta c’erano una coppia di anziani imburrati e impomatati che procedevano dentro una kangoo nera i quali, vedendo che davanti a loro c’era una specie di Pocahontas che parlottava dal finestrino, a distanza, con una sua simile piccina con lo zaino in mano – e non aveva messo la freccia!! – hanno innalzato gli stendardi della lotta. I vessilli della battaglia. Clacson, per farsi sentire. Clacson ripetuti, per farsi sentire bene. Al che la Carlotta li guarda, si scusa, mette allora le quattro frecce e quando lei si accende l’è tutto un rosseggiare che la pare un’ambulanza al carnevale di Viareggio e fa capire che per il tempo di caricare le due fidicine deve fermarsi un attimo lì. Ma i due anziani imborotalcati si fermano, guardano Pocahontas e le mostrano i denti, tanti, bianchi, splendidi e cattivissimi, beati loro.

– Perdonatemi!

– Lei si è fermata occupando la carreggiata, senza avvertire!

– Sì, ha perfettamente ragione, mi scusi, ma ho visto mia figlia e mi sono messa a parlare dal finestrino.

– Appunto. Pericolosissimo.

Mentre la Pocahontas fidicina cercava di imbonire l’anziano arrabbiato, spuntava la moglie magra del suddetto da dietro, la quale, invece di attutire e contenere l’eccesso di testosterone del marito, lo rinfocolava coi pugnetti stretti e i dentini serrati e a suon di colpetti sulla di lui coscia l’era tutto un fremere di incitamento. Il teatrino dei problemi altrui a un certo punto fa la sua buona fatica, quindi Pocahontas si è licenziata con un sorriso colpevole, mentre con la coda dell’occhio vede lui che scrive su un fogliettino

– Vada vada, riceverà una multa dalla polizia perché adesso la denuncio per comportamento scorretto. Sto prendendo la sua targa e racconterò a chi di dovere il suo comportamento pericoloso.

Le ragazze fidicine si stavano però avvicinando trascinando per terra gli zaini, le giacche, le maglie in un quadretto di sciatteria assoluta che trasforma la calma Pocahontas in un’isterica impazzita, quindi prima di analizzare la frase del delatore alle sue spalle c’era bisogno di un intervento tipo puzzle e solo con le pargole rivestite e risistemate si è resa conto di quello che aveva appena, effettivamente, detto il signore. E, a quel punto, si sarebbe voluta girare come una fiera coi denti sanguinanti per gridargli che sì, e ci scrivesse pure che sono ebrea! E che se non sa come si fa che lo chiedesse a suo padre che di sicuro lo ha fatto in passato!

Ma la macchina, per comune fortuna, se ne era appena andata.

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Di notte

Che dormire sia un bisogno primario è una certezza granitica su Fidicinlandia. Che dormendo ciascuno per conto suo si dorme tutti di più, e meglio, anche. Cotale credo vale anche, e soprattutto, per i coniugi, i quali da sempre celebrano con un sorriso di piena complicità il momento del commiato, quando si girano, si danno le spalle e ciascuno si accoccola nella sua metà di paradisiaco calduccio stando religiosamente fedeli a lasciare uno spazio invalicabile tra i due corpi. Dormire abbracciati? Oh, che primitiva soluzione! Per dormire solo tanto scomodi? Giammai.

Finché.

Finché è arrivato Pasqualino settebellezze che a suon di gote rosa, di mezzi sorrisi e di riccioli sulla fronte ha sgretolato le certezze di tutti. Adesso, di notte, la mamma ha un sorriso da imbecille stampato sulla faccia, e si guarda il fagottino, se lo accarezza e se lo culla tenendolo stretto stretto tra le braccia fin quando lui, che rischia probabilmente di soffocare, tossisce o si muove, e allora ella – l’imbecille – coglie l’occasione di risistemarselo per bene tra le braccia e sospirare, pensando seria a mezza bocca ”Dio, com’è bello”.

Per fortuna tale teatrino si svolge in piena solitudine, visto che il babbo non c’è quasi mai, o forse peggio, perché lui, l’omo di casa, l’Ercole dei traslochi, il burbero dalle spalle larghe, quando c’è non dorme mica, sta lì e se li guarda con gli occhi a cuore, finché al primo vagito del piccolo imperatore si avvicina, facendo gli occhi della triglia, la bocca del pesce e, incrociando lo sguardo della mamma, le dice, sottovoce, serissimo

– sì, è vero, è commovente.

La tata Tina e il sapore

La tata Tina è un portento, non è mica una persona normale. Dice, quanti anni ha? Non so, mille, forse. Che un’età mica ce l’ha davvero, è un capolavoro della natura che al tempo gli è scappato, gli ha fatto un baffo e gli è sparito, e ora si muove in libertà. Il tempo? Lei se ne frega del tempo. E’ un luogo lei, uno spazio. In questo piccolo mondo coi capelli color del miele capita che il passato e il futuro si mescolino e quel che ne esce fuori è un pensiero così semplice e così sicuro che sembra quasi un terremoto. Perché è sincera lei, è vera, diretta, immediata. Quando le si chiede un’opinione lei ci pensa su e poi scatena il terremoto. Così, in due parole.

Ieri, per esempio, le abbiamo fatto assaggiare un gelato al cocco fatto a mano che è una hit del mercato di Winterfeldt, lo fa una signora di Guadalupe, con la ricetta della sua mamma, tutta una storia su questi prodotti hand made che c’è la fila e tutti in visibilio e insomma un teatrino che guai… Quindi – che la tata Tina è quella che il gelato se lo fa da sé, con le uova delle sue galline, con la panna fatta da lei col latte della sua mucca e quando ti guarda se lo ricorda e socchiude gli occhi dicendo che, mh, era così buono, e te ti immagini di saltarci dentro a quel ricordo per affogare nei paradisi del sapore assordandoti con lo strepitìo orchestrale del gusto, mh, vabbé. – lei lo prende, ne assaggia mezzo cucchiaino con la punta della lingua, dove probabilmente c’è la sede del riassunto della storia del sapore occidentale, siamo chiari, ci pensa e dice

– Cannella.

– Ma, dico, probabile, fanno tutta una storia con le spezie di Guadalupe e di qui e di là, possibile che usi la cannella. Però io non ce la sentivo, a dire la verità, la cannella? e già uno si sente minuscolo, piccinino, praticamente un incapace Di sicuro c’è dell’essenza di mandorla, abbozzo

– Ah, certo, la mandorla.

Poi ci pensa, finisce il secondo mezzo cucchiaino di gelato e, un po’ sconsolata ché a lei il gelato piace davvero e tutta questa fatica di stare a girare la macchinetta per ore e ore, insomma, quella povera signora…

Be’, ma non ha sapore. Non sa di niente. Fa bene a metterci la cannella e la mandorla perché altrimenti sarebbe completamente senza sapore

Accanto alla tata Tina il mondo acquista tutt’altro senso. Come la fila di persone che sono state lì ad aspettare un bicchierino con tre euro di gelato dentro insapore, o gli sguardi di chi arriva e il gelato è finito e quasi si metterebbero a piangere. Ecco perché la tata Tina è un terremoto di verità. Lei si fida del sapore. Il sapore, e chi se lo ricorda più il sapore?

Poi ci pensa lei e fa una torta, una semplice, eh, che a lei piacciono le cose semplici, e allora apriti cielo! Spalancati! Spalancati te e spalanca tutta la tua bocca che te ne facciamo assaggiare un pezzettino e così ci regali almeno una settimana, un mese un anno di sole meraviglioso.

Niente è più preciso e più vero del sapore, si possono zuccherare i pensieri, si può indorare un racconto e si può fantasticare sulle apparenze, ma il sapore è lui e spesso, ormai, non c’è. Ma quando c’è…

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Al telefono

– Mamma… dice la ragazza grande con voce derelitta

Come stai passerotta? chiede la mamma, soffocando nel senso di colpa da distanza

Male. Malissimo, mi fa male la pancia tantissimo. Lapidaria, lei.

Tesoro, prendi comunque lo sciroppo, anche se non hai più la febbre, è colpa del virus, anche a me fa male la pancia, non ti preoccupare. Certo, ”non ti preoccupare” nemmeno avesse 16 anni…

– Mmmh… piccina deve star proprio male, pensa la mamma.

– E la tua sorella? Come sta? che se poi comincia anche lei siamo del gatto con questo virus.

– Bene, è sana come un pesce. Quella.

 

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Regole della strada

Da quando i sei fidicini si sono dotati di Carlotta, la macchina grassotta, hanno stabilito un rapporto epistolare con la polizia municipale berlinese, per non passare sotto silenzio il costante contributo economico alla prosperità del sistema, li mortacci delle multe.

Gentile signor Bakunin, è un vero peccato doverle ricordare che questa sia una zona di parcheggio a pedaggio. E questo significa che si paga. Ci sono delle apposite macchinette dove si inseriscono le monetine di euro e si paga per il tempo di sosta. Ci dispiace che lei si sia scordato di farlo, cerchi per piacere di essere più attento la prossima volta; per questa volta fan 10 euro.

Gentile signor Bakunin, ci dispiace farle notare che il giorno 28 febbraio alle ore 16.12 lei stava transitando per la strada Taldeitali quando ha dimenticato di avvertire con l’apposito meccanismo della freccia la sua svolta a destra. Non si fa. Le vogliamo ricordare che questa è una pratica condivisa e davvero importante. Se lo ricordi per piacere e cerchi di fare più attenzione la prossima volta; per adesso fan 30 euro.

Caro signor Bakunin, la sua macchina è veramente parcheggiata male. Peggio sarebbe forse impossibile. Non sappiamo come abbia fatto a non notarlo, perché, davvero, lei così blocca l’accesso alla strada e rende complicata ogni manovra per le altre auto. Ricordi che laddove non è indicato altrimenti le macchine andrebbero parcheggiate parallelamente  e vicine al marciapiede, stia più attento in futuro. Grazie

Ora, se laggiù in Italia, in una città mediogrande tipo Roma, o Napoli (!!?), qualcuno dovesse incontrare dei tizi vagamente allucinati, con gli occhi sbarrati, la mascella spalancata e la pelle resa diafana dallo stupore non se n’abbia, fa parte dell’ultimo stadio di formazione dei poliziotti municipali berlinesi, il ”Praktikum all’inferno” lo chiamano. Li portano lì, li mollano a un incrocio poco prima dell’ora di pranzo (che è già un concetto per loro strano, il pranzo? quale pranzo?) e poi, dopo una quarantina di minuti tra clacson, motorini, scooter, parcheggi in terza fila, autobus e sorpassi, li recuperano con una flebo di botulino, per distendere la tensione accumulata.

Che le regole della strada italiane stanno a un vigile tedesco come la filmografia completa di una pornostar sta a una suora carmelitana.

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Compleanni, menù e feste. Feste!

Tra poco più di una settimana la famiglia fidicina al quasi gran completo, ché la zia Peonia rimarrà a Berlino di vedetta al lavoro come l’uomo di marmo faceva coi mattoni, scenderà verso l’Italia. La macchina cicciotta se li caricherà tutti, comprese canzoni e passeggini e speranze e desideri.

Il piccolo imperatore ricciolo sta per compiere un anno!

Il mondo dei parenti e soprattutto amici italici già si prepara al pellegrinaggio verso il giovane taumaturgo e ciascuno verrà accolto da un prezioso saluto sorridente e uno dei suoi ”gaggà, daddà” capaci di far dimenticare ogni problema.

Ah! Viva la primavera!

La sola attanagliante questione è cosa diavolo fare di prelibatissimo, e se soprattutto non sia meglio delegare ad una buona pasticceria il profluvio di bigné e pasticcini e godersi il mare di marzo e passeggiare e sentire la sabbia e chi se ne frega del cibo, siamo tutti ingrassati e viva l’aria pulita. Un dilemma davvero. Facciamo i pierogi, uno a uno, coi riccioletti e il ripieno di sapori polonesi italianizzati oppure chi se ne frega, ed evviva il mare e l’odore di sale? Eh, tata Tina, che dici?

La tata Tina ci ha pensato su e ha risposto seria, serissima

– Del resto è comunque un compleanno, una festa. Bisogna fare qualcosa di buono, di speciale. Quando era l’onomastico di mio papà invitavamo tutta la campagna e facevamo una festa che durava due giorni. Eh sì, l’ultima volta feci una torta di mele col gelato, dio com’era buona, ma vabbè, il gelato era nostro.

E quando lei dice ”nostro” intende che le uova erano delle sue galline, il latte della loro mucca e le mani che avevano fatto tutto erano le sue, forse solo lo zucchero avevano comprato, ma magari dal vicino.

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Giovedì sera

E’ piccino ma è il cugino europeo rosa di little Krishna, non ha paura di nulla, tranne del minipimer, ieri ha conosciuto la febbre alta e l’ha saputa fronteggiare con grande coraggio, testa alta, sguardo fiero e solo poco prima di spegnersi definitivamente ha dato il meglio di sé, vomitando come Hulk, il verde.

Lei è un po’ più grande e non cammina mai, ma si arrampica, che la vita va vissuta come Spiderman, poco importa se siamo dentro un ascensore o in classe o al tavolino a cena, lei appoggia il tallone e tutto il piede al suolo di rado, di solito solo se si tratta di indossare un vestito da sera o se deve trascinare qualcosa e allora inscena un teatrino da prima donna quale è, e prima lega le bambole o i peluche con dei fili e poi cammina trascinandoli e li arringa dando ordini.

Su! Vieni canino, vieni! Qui!

– …

NON E’ UN CANE E’ TUO FRATELLO!!!!!!!!

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Chi sono

Tra il 2005 e il 2009 hanno vissuto in Polonia, a Cracovia.

Pargole e cani erano due, due più due faceva però praticamente dodici e di stagione in stagione, settimana per settimana, vasino dopo vasino, capriole dopo malattie, asili dopo feste i racconti di quella loro vita finivano in rete, sul blog di Zulawskiego, in un dialogo tra la mamma e il vecchio condominio che le ospitava e le guardava crescere, e così si facevano compagnia, mentre il babbo andava e veniva.

Quando si trasferirono in Germania, a Berlino, ci fu la crisi dei trent’anni, l’impatto con la puntualità germanica e vari altri salti mortali emotivi, tanto che quello stare a raccontare i dettagli dei siparietti familiari cominciò a sembrare alla mamma la cosa di gran lunga meno urgente da fare, e fu così che smise.

Finché, dopo diversi anni, quando persino il caos stellare che la contraddistingue ha come trovato un proprio equilibrio e un suo perché, la nostalgia per quello spazio silenzioso dove la poesia della normalità familiare può esser fermata e raccontata è tornata a galla, e dai e dai capita persino che si faccia anche basta e si ricominci a scrivere. Perché se è vero che si dovrebbe scrivere pensando, con tre figlioli capita anche che si pensi scrivendo, e basta, e non le si se ne voglia.

Rispetto ad allora qualcuno non c’è più ma qualcun altro è arrivato; c’è un grande buco sotto il tavolo, là dove gli occhi languidi dei due splendidi maschioni pelosi si incrociavano accoccolandosi intorno alle ciabatte della mamma, e persino si ringhiavano per conquistare un piede intero e appoggiarsi a lei, ma nuovi, straordinari e sciroccati personaggi circolano per le terre fidicine.

Il primo, imperiale, taumaturgico ed eccelso è Super Topolìn Cecetto, il beneamato fratellino delle ragazze che a suon di riccioli ha fatto perdere il capo a tutti, soprattutto alla mamma e da quando c’è lui la vita è davvero perfetta;

la tata Tyna, perno d’equilibrio della salute fidicina, sguardo da damina rinascimentale che a guardarla sembra d’essere alla corte di quel Luigi francese quando videro scendere dalla carrozza la principessa polacca che li avrebbe, poi, raddrizzati tutti;

la zia Peonia, incontrata per caso e riconosciuta per fortuna, socia e alter-ego professionale della mamma, ma soprattutto regina indefessa nel trasformare la banale realtà in gigantesca e incontenibile sceneggiatura di psicodramma;

che tutto sommato loro sono sempre loro, il babbo continua a volar via e ad essere altrove finché poi arriva e le giornate si trasformano in un’allegra e ordinata anarchia concettuale, la mamma più o meno sta invece sempre nel mezzo – e di figlioli ne farebbe altri sei – e le due ragazze, ah! le due ragazze, che hanno quasi nove anni e oltre sette e così, giorno dopo giorno, diventano sempre più grandi, più diverse, più complicate, ma è un piacere e un divertimento star loro dietro.

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Tornarono

Troppa era la nostalgia per quello spazietto silenzioso e virtuale. Troppa!
E dunque si riordinarono, pettinarono i capelli, indossarono le scarpine nuove e tenendosi strette per le manine ormai cresciute, voilà, si rituffarono nella rete.

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mammamsterdam

Unica, imprescindibile, imponderabile, inevitabile Mammamsterdam da oggi anche in formato monodose e nuova confezione migliorata

Germania

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Baby Blues

diario di un film

Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

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da Cracovia a Berlino, passo passo

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