Archivio mensile:maggio 2012

Il dentista

Il rapporto coi denti è di sua natura problematico. I denti servono a ridere e qualcuno scrisse un tempo che il dolore faceva parte della vita, accidentallùi. Coi denti si mangia, e se si gode del cibo se ne soffre subito dopo. I denti sono un dramma fin da quando si ha l’età di Topolino, il bambino che sculetta come un bassotto, che, a parte quando sbaglia l’equilibrio e dà craniate in terra, in verità conosce il dolore solo per i denti. Loro, i malevoli satanassi. Mai si smette di star male per i denti, mai. I denti, questi maledetti. Ciò che cambia è che ad una certa età si comincia a spendere un sacco di soldi per i denti, che chissà perché oltre al danno del male c’è la beffa del costo, che pare che quelle orribili pastine in dosi lillipuziane mescolate con stuzzicadenti costino più dei diamanti. Con quello che maman ha speso di dentista avrebbe potuto permettersi un collier da fare invidia a Elizabeth Taylor, si sarebbe presentato però il problema del sorriso a tutta gengiva, che mal si addice alle pietre preziose. E soprattutto, prima di rimanere sdentati c’è comunque il calvario delle pulizie canalari, delle otturazioni e degli ascessi. E quello, ahimé, nessuno te lo leva.

Fatto è che ad oggi quando maman incontra il dentista diventa piccola piccola che quasi, se solo quel nano lo usasse, strapperebbe il ciuccio dalla bocca del pargolo e se lo metterebbe per sé, accucciandosi in terra con le mani a tapparsi le orecchie e piangerebbe a tutti polmoni, senza sentire nessuno che la prega di contenersi. Fosse per lei urlerebbe di paura e scapperebbe lontano e quando quel demone sadico le agguanta la gengiva con un ago prenderebbe a calci tutta la stanza, strappando tutti quegli orribili trapani e soprattutto facendo saltare i vassoietti con tutte le religiose vaschettine di sostanzine minuscoline e via a prendere le gentilissime signorine a seggiolate nella schiena. Ah! Che benefica svolta sarebbe. Che meravigliosa liberazione. Però il pensiero che i tre pargoli a casa rimarrebbero in mano a un papà Bakunin in aereo la fa desistere, che maman sa che non potrebbe godere a lungo di quel sano silenzio, là, nella sua cella di isolamento della casa dei matti. Quindi non vale la pena. Già se li vede tutti e tre che le fanno ciao con le manine di là dall’oblò della porticina dell’ospedale. Maman per evitare questo ingoia forte ogni paura, fa finta di nulla e le lacrime non fanno in tempo ad affacciarsi che tornano indietro capendo che è meglio di no.

Però ogni volta che varca quella soglia questo autocontrollo si fa sempre più leggero. Un po’ come quando il freddo se ne va e e si scioglie il ghiaccio dalla superficie dei laghi e pian piano si affaccia l’acqua da sotto. Ecco, un po’ così. Niente di meno poetico di un dentista esiste a questo mondo; per sdrammatizzare la paura maman immagina che uno dei suoi figlioli diventi un dentista, guai-a-loro!, e allora sì che sarebbe un divertimento ”Eh! Ma cosa fai alla tua mammina, eh? Non ti vergogni? Ti ho allattato fino a tre anni e così mi ripaghi?”…

 

 

Davanti al sorriso

con cui mi accoglie il dentista

quando entro nel suo studio

è come se un sasso cadesse

dall’alto

sul parabrezza di un auto

 

Il vetro –

io –

non si rompe,

ma si frantuma

 

E solo quando

subito dopo

mi stendo su quella sedia

allora

davvero

mi ci sbriciolo sopra.

 

 

Notti difficili

-Basta bimbe con questi teatrini della sera, non ne posso più. Dormire è una cosa normale, possibile si debba sempre fare qualcosa di strano? E quella dorme qui e l’altra dorme di là, e poi insieme, e poi separate, e poi si piange. Basta. Dormire bene è importante, la giornata è stata lunga, abbiamo fatto tante cose, adesso si va a letto e si dorme, è importante dormire bene, per essere riposate e andare domani a scuola senza sbadigli. Capito? Ovvia, giù, riposatevi e dormite. Buonanotte.

Questo concetto del dormire, che l’è una cosa normale e importante perché di notte uno si riposa, non è ancora passato nella testa delle fidicinette piccine. In compenso, quando arriva la sera, maman e il Gignolino piccolino non vedono l’ora di tuffarsi sotto le lenzuola bianche a fiorellini e abbracciati, avvinghiati, dormirsela di brutto, russicchiando pure un po’. C’è chi dice ‘molto’, ma sono voci maligne.

Riposarsi una sega ha pensato maman a mezza voce, dopo un po’, molto poco. Arriva la sera e uno si addormenta, no? Eh, magari. Peccato che appena chiusi l’occhi la casa fidicina sia stata invasa da papà Bakunin che portava 45 ospiti. 45! Che entravano uno dietro l’altro e bisognava cucinare, sistemare, mettere in tavola. E ma non c’è nemmeno il pane. Il vino? No, vino non ce n’è. E papà Bakunin sorrideva allegro, non c’è problema, dai, figurati, il vino l’han portato loro.

Certo, era un sogno, proprio uno di quelli che aiutano il riposo, eh sì, li brevettano anche.

Se i sogni son desideri? Oddio, anche no.

Alla ricerca del buonumore perduto

Papà Bakunin è rientrato in settimana da NY, dove pare abbia lasciato il buonumore. Capace che se lo sia dimenticato in un cab di quelli gialli, che a lui piacciono tanto i taxi. Domani ripartirà e le fidicine sperano nel buono sguardo di una Multipla fiorentina; sperano che in quei due occhietti piccini abituati ai turisti succeda un piccolo miracolo e papà Bakunin riagguanti il suo sorriso. Che i taxi servono anche a questo, a perdere e a ritrovare. Le fidicine vorrebbero che ritrovasse quel sorriso che serve a un babbo quando si siede al tavolino per guardare la mamma o le figliole negli occhi e chicchierare in allegria del più o del meno, la scuola, la giornata, roba che di solito basta che la fidicina piccola prenda la parola e c’è da tenersi la panza dalle risate, ma ahimé il sorriso noto di papà Bakunin è stato sostituito da un ghigno a bocca stretta, gli occhi spalancati sono ultimamente chiusi a fessura e cigolano nervosi a voce alta, come la – in effetti rara – calma ormai è alluvionata da un’overdose di adrenalina che lo fa camminare su e giù per casa, giorno e notte, e guai a chiedergli qualcosa, che so, Tesoro è mezzanotte, mi spegneresti la luce che Topino se no non s’addormenta, che par di pungerlo con uno spillo e salta, farneticando cose farlacche a voce alta e lascia la stanza scuotendo la testa e sventolando To-do-list come fossero bandierine.

Vedremo poi venerdì, come varcherà la soglia di casa, che nel caso di muso ancora storto prepareranno adeguate pistoline ad acqua e si daranno alla battaglia.

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Una cosa gravissima

Iersera è successa una cosa grave. Molto grave.

Mentre gli adulti di villa fidicina conversavano e banchettavano a suon di quiche, vinelli e insalatine, le due giovani teppiste in gonnella giocavano con l’ipad. Ora, maman vieterebbe l’uso dei gingilli elettronici sotto i quindici anni e li sostituirebbe con alternative degne di un’età preadolescente.

Per esempio, la stesura di un manoscritto. O la lettura di un bel tomo della Lindgren, magari in polacco. Oppure, via, ci sono dei libri di Kästner che son così belli, ce li avete in tutte le lingue! O se proprio non un romanzo, si può leggere un diario. O una serie di racconti. Ci sono anche poesie e filastrocche per bambini che sono deliziose. Certo, se proprio uno vuole impiegar il proprio tempo senza il profumo sotto il naso della carta stampata (esistono menti incomprensibili, maman ne è giunta a conoscenza) perché non una bella sessione di esercizi di pianoforte. Insomma, mentre quella stava sulla via di vincere il premio della mamma più noiosa del creato, le due spippolavano su quella specie di tavoletta primitiva ma futuristica. In salotto. Sul divano. Lontane dai genitori, complici insieme come non mai. Il solo disturbo alla loro attività criminale era il fratello, che deambulava sculettando tra loro e gli altri, e tra gli altri e loro, andata e ritorno, cucina-salotto, che lui ha scoperto questa cosa nuova che può fare con le gambette sue e si diverte tanto, e ride mentre i piedini vanno uno dopo l’altro e poi la schiena anche e per ultima arriva in asse anche la testa, e uuuh, quasi perde l’equilibrio, ma invece no, piccinino e canna al vento che non è altro.

Comunque la cosa è stata molto grave. Tanto grave che quando papà Bakunin lo è venuto a sapere, per sms, si è alzato e ha concluso la serata con un perentorio ‘Basta, adesso non sono più vostro amico’. Ed è stato uno scivolar via di bambinette. Via, in camera, lontane da quel divano. Al che la mamma, dopo aver riposto il suo premio di Mamma Valium, ha borbottato che, insomma, perché amici? E sei il babbo, mica un amico. E continuava a boticare cercando di spiegarsi il perché di quella strategia paterna, che insomma sono genitori, ci sono delle responsabilità, cosa c’incastra l’amicizia. Insomma, era successa una cosa gravissima.

In quel silenzio dopo la tempesta, sullo schermo della colpa si è affacciata la fattura. La fattura!

Grave, quanto solo le fatture sanno esser gravi: trenta euro di applicazioni. Così cinguettava l’sms ricevuto dall’i-tunes store, Complimenti per il tuo acquisto! Roba che la quiche va di traverso e uno si strozza pure. E insomma, a un babbo inconsapevole che sta cenando coll’amici sua, mica si spediscono sms così. Povero babbo. E povera mamma, soprattutto. Che prima di collegare una spesa al cellulare e poi alle figliole che però sono sul divano e quindi trenta euro, piccina, le ci vuole un po’ di tempo.

Il bilancio della serata, poi, alla fine, ha raggiunto il sapore agrodolce della vita fidicina e le luci della serata si sono spente con un ambivalente zoppicare di emozioni. Ossia, mentre i due adulti leggevano la fattura cercando di argomentare l’errore delle pargole, il cuore si stringeva davanti all’elenco degli acquisti di quelle due satanasse, perché quelle mica a caso spendono i soldi, le due teppiste avevano passato la serata a comprar fragoline, limonate e conetti gelato ai loro gattini. E lo stratega della vita familiare aveva pure ricevuto un foglio con un messaggio disperato,

Babbo, noi ti daremo tutto quello che abbiamo pur di essere ancora tue amiche.

Ecco, appunto, pensava maman, se rinasco voglio rinascere babbo.

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Oggi

Oggi è un giovedì qualunque, non ci sono né grosse ricorrenze in caldo, né un anniversario di morte o di vita s’affaccia all’orizzonte, che queste son cose che scombussolano sempre l’equiibrio emotivo fidicino.

Oggi ci sono solo i canini che stanno per spuntare e fanno tanto male, ma proprio tanto tanto. Oggi ci sarebbe da riconciliarsi con la bimba grande che ultimamente fa dannare la mamma e oggi è giovedì, giorno di acrobatica e volteggio per la bimba piccola. Poi, oggi, c’è persino il babbo a casa.

Quindi, oggi, davvero, si può persino sorridere per una poesia come questa.

Senza farsi strangugliare lo stomaco, cioè.

 

A ciascuno prima o poi

A ciascuno prima o poi muore qualcuno di caro,
tra essere e non essere
costretto a scegliere la seconda.

Ci è difficile capire che sia un fatto banale,
collegato allo scorrere degli eventi,
d’accordo con la procedura;

un prima o un dopo nell’ordine del giorno,
della sera, della notte o della mattina pallida;

e ovvio come il titolo di un indice
come il paragrafo d’un codice,
come la prima migliore data
in un calendario.

Ma questa è la destra e sinistra della natura.
Così, a casaccio, il suo presagio e l’amen.
Questa la sua evidenza e onnipotenza.

E solo a volte
minuta bontà da parte sua –
i nostri morti cari
ci butta nei sogni.

 

da, Wislawa Szymborska, ”Wystarczy”, ed. A5

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La nostra Europa

I fidicini sono europei. Piccini, accigliati o sorridenti, ma europei. Sono nati tutti in uno dei paesi dell’euro, si sono poi spostati per qualche anno per poi spostarsi ancora e le valigie sono sempre pronte in un armadio, che non si sa mai. Ultimamente l’unico posto dove maman si sente a casa è la Svizzera, che è un paese piccolino, verde, ricco e tranquillo. E multilingue, soprattutto. Perché la sola identità fidicina che si avvicina al concetto di patria è proprio la lingua, che questi svitati vorrebbero poter cambiare patria come se fosse uno switch linguistico, e già che ci sono si esercitano e le imparano.

Anni fa la piccola fidicina grande sentenziò che lei era addiruttura  italiana.

– Italiana? Si disse la mamma. E come mai?

– Be’, perché ho vissuto tanti tanti tanti anni in Italia.

– Ah. Oddio, a voler fare i matematici sei sì nata in Italia, dove hai vissuto due anni e mezzo ma poi sei stata tre anni in Polonia e adesso siamo in Germania.

Che quando si annusano questioni di identità nazionale, maman parte in quarta per confondere le idee e rimettere un sano e propositivo caos al posto delle banalità di appartenenza. Però la piccina non si tenne e un po’ preoccupata, davanti alla frana del suo mondicino di sicurezze, concluse a mezza voce con un preoccupatissimo

– ah, e qui quanto ci rimaniamo?

Dall’America arrivano i racconti e le foto di papà Bakunin, e davanti a quei palazzi geometrici, a quelle macchine squadrate, alle finestrine di mattoni disegnate con squadra e righello su fidicinlandia si sente forte l’identità europea. Che poi è un’identità di storia, è avere il passato costantemente sotto gli occhi. E’ sapere che c’è stata la guerra, quella che demoliva e quella fredda dopo che divideva; che la guerra è il tumore emotivo al quale si fa continuamente riferimento, noi europei. La città fidicina, ch’è un luogo pur relativamente giovane, è per le pargolotte l’abc di questo recente passato, che spesso capita di rispondere al perché di un edificio mal costruito o ancora in rovine, be’ c’è stata una bomba, oppure perché qui c’era il muro e loro, nella loro incapacità bambina di gestire il tempo, guardano la mamma e imparano a convivere con queste grandi ingerenze dello ieri l’altro della storia; un po’ come quando a casa del nonno non si poteva lasciar nulla nel piatto perché c’era stata la guerra, e si sapeva, anche se non se ne capiva bene il significato. Essere europei è sentire che dietro di noi ci sono i secoli del passato, uno dopo l’altro, è sedere su una sedia che era della nonna, la quale l’aveva avuta a sua volta dalla nonna, e già si sono messe quattro cinque generazioni in fila, per una piccola comoda sediolina che ha un secolo e mezzo d’età.

La storia, il passato, tutto sta nella ricchezza dei dettagli di questa storia, così come gli stucchi sulle facciate dei palazzi e la ricchezza è una questione di dettagli, come la poesia.

 

Per questo, forse, quando la Szymborska parla della ”nostra città” e intende Varsavia, e ricorda una città in macerie dopo la guerra, per questo, forse, ci sentiamo così europei. In un’Europa che nemmeno se la passa un granché, peraltro.

 

Lo specchio

 

Sì, ricordo quella parete
nella nostra città in macerie.
Correva fin quasi su al sesto piano.
Al quarto c’era uno specchio,
uno specchio incredibile,
perché era intatto, assicurato con forza.

Non rifletteva ormai il viso di nessuno,
nessuna mano a sistemarsi i capelli,
nessuna porta di fronte
niente, che si potesse chiamare

una città.

Era come in vacanza –
si specchiava in lui il cielo vivo,
le nuvole in movimento nell’aria selvaggia,
il pulviscolo delle macerie lavato dalle piogge splendenti,
gli uccelli in volo, le stelle, il sorgere del sole.

E così, come ogni cosa ben fatta,
funzionava alla perfezione
per una professionale mancanza di stupore.

Wisława Szymborska, ”Wystarczy”, ed. A5

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Cose strane

Succedono cose strane su Fidicinlandia. Per esempio stasera la porta di casa si è aperta e una ragazzina mancava all’appello, che era a casa della sua amica simile e millantavano pure di andare in discoteca, le due, che in due nemmeno fanno una sola età da motorino, l’altra invece era appena arrivata, alle dieci e mezzo passate, che nonostante abbia nove anni s’era già trascorsa il suo sabato sera a casa di un’amica a fare il gRill, con la erre arrotolata, che lei parla dojcz, il babbo? il babbo, figuriamoci, questa settimana è di là dall’oceano, e tornerà mercoledì, in pieno cataclisma di orario che non sarà buono per nulla per almeno tre giorni, e in questo chiasso di assenze e presenze una mamma trafelata si affacciava in contemporanea e guadagnava casa – dopo una giornata assai lunga -, camminando svirgolata e ‘n po’ mbriaca che lei è allergica al vino, ma poi lo beve lo stesso e finisce che le gambe le fanno giacomo giacomo e le tremano e diobonino fatela sedere. Cose strane succedono. Per fortuna il pupo ricciolo se la dormiva, ignaro di questi balletti e grazie all’unico baluardo di serietà fidicino, la tata Tina. E quando la mamma incontra lo sguardo della tata Tina è un po’ come se vedesse la sua mamma, la zia, la nonna, insomma tutto un albero genealogico delle femmine sagge di famiglia, tutte insieme magari, che così in cinque o sei si fa una saggezza unica.

Trafelata, inciampata e imbranata maman entra in casa, incontra lo sguardo di sua Femminea Saggezza e quasi la aggredisce con uno dei suoi sensi di colpa a voce alta

Cosa è successo!!???!?

al quale la ragazza dai mille anni di terra di campagna sotto i piedi risponde con un sorriso a tutto viso, che un pochino si tiene anche, con un sincero

Ma, non so… a te?

In un grappolo d’uva

Giornata vagamente grigia, temperatura noisoamente fredda e ragazzini fidicini insolitamente a casa. Se sono capaci di smettere di giocare e fare casino, vestirsi per bene e fare colazione senza sporcare – così come intimano loro le parole d’arringa di Mutti Von Metternich – allora tra poco usciranno tutti e la cara Carlotta se li porterà al mercato, lasciandoli poi uscire uno per uno, vocianti e correnti.

Che siccome nonostante si viva di sola poesia, ahimé, tocca pure lavorà. Ma poi al mercato si sta nella vita e in quella distanza da vocabolari e biblioteche capitano anche momenti di silenzio buono a scrivere. Maman di solito se li fa scappare, ma non sempre.

 

In un grappolo d’uva

 

Vorrei trasformarmi in un grappolo d’uva

e vorrei che proprio quel grappolo

tu scegliessi al mercato

Sentirmi allora passare da una mano all’altra

riporre in una busta di carta

Vorrei sentirti camminare

aspettare là dentro

al buio

in silenzio

Aspettare la mano

le dita

che apriranno la busta

schiuderanno quel buio

e

chicco

dopo

chicco

mi spoglieranno

per mangiarmi.

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Cara signora Schubert,

La signora Schubert sta entrando di fatto nel paesaggio umano fidicino. Non sappiamo chi sia, né tanto meno siamo in grado di darle una figura, ma in questo casino bambino, con un nano minuscolo rivoluzionario, una novenne testarda e faticosa e una ragazzina di mezzo che si nasconde dietro i fratelli per scivolare lontana dalle richieste della mamma, sembra che ci sia bisogno proprio di una signora Schubert a cui fare appello. E la frase eh, cara signora Schubert, ogni tanto appare a mezza voce tra le labbra di maman. Capita che i tre stiano seduti insieme, una canta stonando e improvvisando canzoni demenziali su re e principi, l’altra mastica una gomma alternando i movimenti della mandibola a pernacchie dentro un bicchiere e a un tamburellare scoordinato su una scatola, il piccolino se le guarda e ride e si intona al loro delirio con la sua vocina angelica… allora la mamma li guarda, sospira e le scappa un eh sì, cara signora Schubert…

 

Città

 

Cara signora Schubert, ci sono delle città che

potrebbero testimoniare contro di noi. Le abbiamo lasciate

all’improvviso e senza giustificazione. Ci hanno rincorso

sulle autostrade indirizzi spaventati e letti d’albergo.

Ricorda signora le pupille dilatate di Venezia?

L’offesa Manhattan? L’ambiziosa Zurigo, parente

di Thomas Mann? Le città dove siamo nati erano offese,

ma si sono comportate con dignità. Sapevano che saremmo tornati.

Come tutti i bambini d’una tormentata vecchiaia.

 

Ewa Lipska, Droga pani Schubert, WL

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Di notte

Adesso la notte fidicina è il buio che sta fermo là fuori, nero, stretto dalle cornici bianche delle finestre, e in casa non c’è altro che il silenzio dei sogni dei bambini, un silenzio lontano e forse provvisorio. Potrebbero spegnersi le ultime luci, anche. Eppure maman cerca di dilatare quel momento, di prolungare l’ora, quasi volesse rimandare, ritardare, dimenticare. Dimenticare quello che accadrà nel frattempo, tra lo spegnersi delle luci artificiali e l’accendersi del giorno dopo.

Vorrebbe dimenticare che questa notte la cerbiatta ungherese scivolerà nel buio della città tedesca e se ne tornerà a casa. Zitta zitta, approfittando della notte, ch’è un momento d’abbandono. Le due non sanno salutarsi e ogni volta si guardano e si dicono, ”vabbè, vado, eh?”, ”ah… sì’‘, come se uscissero un attimo, come se non fosse un saluto di partenza. Mai. Da tanti anni. Perché salutarsi è brutto, brutto, orribile. E loro due lo sanno. Quindi se la prenderà lo stesso buio che sta adesso di là dai vetri, poi un treno, poi un altro e un altro ancora e alla fine sarà di nuovo a casa sua. Lontanissima.

Per questo il postino di domani arriva in anticipo, ma non con la Szymborska, che stasera nel cuore c’è posto per una sola cerbiatta e domani è vacanza e sarà un ambaradan di voci di bambini. Stasera ci vuole una Ewa, Ewa Lipska.

 

Labirinto

 

Cara signora Schubert, la saluto

dal Labirinto, dalla località termale dell’ambiguità

che mi guida in errore. Cerco le fonti

bollenti del nostro amore, l’abbeveratoio delle parole minerali,

le ore di cura in due. Mi perdo nei tortuosi

ricordi che si incrociano in strade;

cado nella trappola della geometria. Inciampo

nei cavi delle date. Tutto, ciò che ci ha amato, cara

signora Schubert, non ha più via d’uscita.

 

pag. 7, tratto da ‘‘Cara pani Schubert’‘, Wydawnictwo Literackie, 2012

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