Lunedí fidicino

La settimana fidicina è partita a gonfie vele. Oddio, gonfie, si fa per dire. Papà Bakunin ha sedato una rivolta sul nascere che vedeva schierate nell’ingresso di casa le truppe materne contro quelle dei bronci primogeniti. Tema del contendere, al solito d’una stupidità da vertigine, indossare una felpa sopra la maglietta di cotone data la temperatura novembrina di questo diamine di maggio. Ma gli animi garibaldini della novenne mal si imbrigliano e peggio si fan contenere dal buon senso della mattina, e se lei s’è messa in testa che si mette qualcosa caschi pure il capo alla mamma che lei fa icché vòle. Peccato che, al di là dell’idiozia fondamentale di questa primavera di adolescenza, in casa ci siano altre due teste e se non vale la regola che della mamma ci si fida si rischia di andar tutti a gambe all’aria. A cominciar dalla scimmina bionda, che quella capace la smetta di entrare dentro la s-bahn e decida che lei ci si arrampica sopra, perché vuol surfare sul tetto del treno, cosí, che le piace il vento sul viso. Guai. O il piccino, che ancora naviga a vista nella piena fase preverbale, e a bracciate larghe, pure, e sculetta nel regno delle alte frequenze tanto che ieri, contraddetto dalla mamma, le ha espresso il disappunto spalancando le labbrucce e bucandole preciso un timpano con un urlo d’acuto, chissà a lasciarlo libero icché farebbe. Dicevo la settimana. Sedate le rivolte e partite le due per la scuola, in casa regnava un silenzio immacolato, qua e là gentilmente interrotto da un sornachino lieve del principesso addormentato. Solo ben dopo le nove il giovinetto sorridente ha aperto gli occhi, ha espresso un daddà, ha abbracciato la mamma e s’è strusciato e rotolato sopra di lei.
E la settimana può partire, anzi, che alzi le vele e parta! Che gongolante di quel rotolamento mattutino quasi persino potrebbe farsela in barba al dentista, l’assassino, che dalle 11 in poi ha armeggiato dentro la bocca di maman come un sarto all’inferno, che tagliava e cuciva finché la povera se n’è andata, con una ferramenta in bocca nemmeno la si fosse masticata un portamonete.
Quasi, ecco, quasi.

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