Al via la pioggia random della Szymborska

Cominciare a sfogliare e poi a leggere un libro di poesie l’è un po’ come organizzare la settimana, qui su Fidicins. Prima di tutto si vorrebbe essere precisini e procedere con le onde al vento del più tradizionale zelo, quindi si pianifica la settimana infilando tutti gli appuntamenti e spuntando le cose da fare, giorno per giorno si vuole avere tutto chiaro, da quel che è imprescindibile a quel che s’è rimandato e adesso è davvero troppo. Così, più o meno similmente, si vorrebbe procedere pagina dopo pagina nella lettura di un nuovo libro, che se un autore ha dato un ordine un motivo ci sarà. E se no leggevi un bel romanzo, non un libro di poesie.

Sarebbe bello andare a letto di lunedì sera e aver fatto tutto quello che si era messo in agenda per quel giorno, come aver letto il primo capitolo senza avere idea di cosa ci sia nel secondo. Ma figuriamoci.

Come la settimana salta per aria già nella tarda mattinata del lunedì, si anticipano appuntamenti fissati per il venerdì, già si ha chiarissimo che quelle due tre cose rimandate da mesi verranno rimandate anche questa volta, così il ibro di poesie fa le orecchie e mostra segni di fatica dopo i primi minuti che la mamma fidicina lo tiene in mano, che quella come ‘na matta se lo sfoglia, lo legge, ride da sola, poi lo chiude, scribacchia e lo riapre. Un po’ come la pasta per fare i pierogi, che si impasta, si stende e si ristende, e col mattarello si allarga e si sforma e si riforma.

Ma alla poesia, come ai pierogi o alla vita quotidiana chiediamo solo di darci una mano ad esser felici, in un significato più o meno complesso di felicità, certo, ma simile. E sempre un pochino di più, persino. Per questo si colgono i lamponi e si mangiano solo quelli, che non sia mai che un fidicino si metta a masticare la pianta del lampone, con le foglie ruvide che hanno pure le spine, ibbò. Qui si scelgono i frutti, anche quelli più rossi e si assaporano in piedi a occhi semichiusi.

Nulla, questo per giustificare la pioggia random di traduzioni che arriveranno.

La mano

Ventisette ossa,
trentacinque muscoli,
più o meno duemila cellule nervose
in ciascun polpastrello delle nostre cinque dita.
Questo assolutamente basta
per scrivere “Mein Kampf”
o “Winny the Pooh”.

sempre dal ”Wystarczy” della divina Wislawa, ed. A5 (divine pure loro).

ps. quel titolo lo si potrebbe anche tradurre ”il palmo”, ma lo renderebbe un po’ troppo aulico, lo laureerebbe un po’ troppo che quasi diventerebbe insopportabile, quindi anche no. E quel ”basta” potrebbe anche suonar bene con un ”è sufficiente”, ma quando i bambini al supermercato frignano e lagnano e non ne puoi più e hai esaurito la pazienza e sai che non puoi perché devi ricordarti cosa comprare e non puoi poi tornare a casa e dirti, diosanto il latte! allora, ecco, in quel caso guardi il pupo negli occhi serio e gli dici così ‘wystarczy’, che non è ”è sufficiente”, ma è ‘basta‘, perché – a meno che tu non abbia una plastica agli zigomi e alle labbra tipo la Santanchè, che in quel caso va bene dire ”è sufficiente”, è che magari lo dici al carlino, non a un figliolo –  se no, riderebbe lui con tutti quelli intorno a te che ti sentono. E poi sì, è anche il titolo del libro quindi in fondo anche la pioggia random ha un suo ordine logico.

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