La nostra Europa

I fidicini sono europei. Piccini, accigliati o sorridenti, ma europei. Sono nati tutti in uno dei paesi dell’euro, si sono poi spostati per qualche anno per poi spostarsi ancora e le valigie sono sempre pronte in un armadio, che non si sa mai. Ultimamente l’unico posto dove maman si sente a casa è la Svizzera, che è un paese piccolino, verde, ricco e tranquillo. E multilingue, soprattutto. Perché la sola identità fidicina che si avvicina al concetto di patria è proprio la lingua, che questi svitati vorrebbero poter cambiare patria come se fosse uno switch linguistico, e già che ci sono si esercitano e le imparano.

Anni fa la piccola fidicina grande sentenziò che lei era addiruttura  italiana.

– Italiana? Si disse la mamma. E come mai?

– Be’, perché ho vissuto tanti tanti tanti anni in Italia.

– Ah. Oddio, a voler fare i matematici sei sì nata in Italia, dove hai vissuto due anni e mezzo ma poi sei stata tre anni in Polonia e adesso siamo in Germania.

Che quando si annusano questioni di identità nazionale, maman parte in quarta per confondere le idee e rimettere un sano e propositivo caos al posto delle banalità di appartenenza. Però la piccina non si tenne e un po’ preoccupata, davanti alla frana del suo mondicino di sicurezze, concluse a mezza voce con un preoccupatissimo

– ah, e qui quanto ci rimaniamo?

Dall’America arrivano i racconti e le foto di papà Bakunin, e davanti a quei palazzi geometrici, a quelle macchine squadrate, alle finestrine di mattoni disegnate con squadra e righello su fidicinlandia si sente forte l’identità europea. Che poi è un’identità di storia, è avere il passato costantemente sotto gli occhi. E’ sapere che c’è stata la guerra, quella che demoliva e quella fredda dopo che divideva; che la guerra è il tumore emotivo al quale si fa continuamente riferimento, noi europei. La città fidicina, ch’è un luogo pur relativamente giovane, è per le pargolotte l’abc di questo recente passato, che spesso capita di rispondere al perché di un edificio mal costruito o ancora in rovine, be’ c’è stata una bomba, oppure perché qui c’era il muro e loro, nella loro incapacità bambina di gestire il tempo, guardano la mamma e imparano a convivere con queste grandi ingerenze dello ieri l’altro della storia; un po’ come quando a casa del nonno non si poteva lasciar nulla nel piatto perché c’era stata la guerra, e si sapeva, anche se non se ne capiva bene il significato. Essere europei è sentire che dietro di noi ci sono i secoli del passato, uno dopo l’altro, è sedere su una sedia che era della nonna, la quale l’aveva avuta a sua volta dalla nonna, e già si sono messe quattro cinque generazioni in fila, per una piccola comoda sediolina che ha un secolo e mezzo d’età.

La storia, il passato, tutto sta nella ricchezza dei dettagli di questa storia, così come gli stucchi sulle facciate dei palazzi e la ricchezza è una questione di dettagli, come la poesia.

 

Per questo, forse, quando la Szymborska parla della ”nostra città” e intende Varsavia, e ricorda una città in macerie dopo la guerra, per questo, forse, ci sentiamo così europei. In un’Europa che nemmeno se la passa un granché, peraltro.

 

Lo specchio

 

Sì, ricordo quella parete
nella nostra città in macerie.
Correva fin quasi su al sesto piano.
Al quarto c’era uno specchio,
uno specchio incredibile,
perché era intatto, assicurato con forza.

Non rifletteva ormai il viso di nessuno,
nessuna mano a sistemarsi i capelli,
nessuna porta di fronte
niente, che si potesse chiamare

una città.

Era come in vacanza –
si specchiava in lui il cielo vivo,
le nuvole in movimento nell’aria selvaggia,
il pulviscolo delle macerie lavato dalle piogge splendenti,
gli uccelli in volo, le stelle, il sorgere del sole.

E così, come ogni cosa ben fatta,
funzionava alla perfezione
per una professionale mancanza di stupore.

Wisława Szymborska, ”Wystarczy”, ed. A5

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