Una cosa gravissima

Iersera è successa una cosa grave. Molto grave.

Mentre gli adulti di villa fidicina conversavano e banchettavano a suon di quiche, vinelli e insalatine, le due giovani teppiste in gonnella giocavano con l’ipad. Ora, maman vieterebbe l’uso dei gingilli elettronici sotto i quindici anni e li sostituirebbe con alternative degne di un’età preadolescente.

Per esempio, la stesura di un manoscritto. O la lettura di un bel tomo della Lindgren, magari in polacco. Oppure, via, ci sono dei libri di Kästner che son così belli, ce li avete in tutte le lingue! O se proprio non un romanzo, si può leggere un diario. O una serie di racconti. Ci sono anche poesie e filastrocche per bambini che sono deliziose. Certo, se proprio uno vuole impiegar il proprio tempo senza il profumo sotto il naso della carta stampata (esistono menti incomprensibili, maman ne è giunta a conoscenza) perché non una bella sessione di esercizi di pianoforte. Insomma, mentre quella stava sulla via di vincere il premio della mamma più noiosa del creato, le due spippolavano su quella specie di tavoletta primitiva ma futuristica. In salotto. Sul divano. Lontane dai genitori, complici insieme come non mai. Il solo disturbo alla loro attività criminale era il fratello, che deambulava sculettando tra loro e gli altri, e tra gli altri e loro, andata e ritorno, cucina-salotto, che lui ha scoperto questa cosa nuova che può fare con le gambette sue e si diverte tanto, e ride mentre i piedini vanno uno dopo l’altro e poi la schiena anche e per ultima arriva in asse anche la testa, e uuuh, quasi perde l’equilibrio, ma invece no, piccinino e canna al vento che non è altro.

Comunque la cosa è stata molto grave. Tanto grave che quando papà Bakunin lo è venuto a sapere, per sms, si è alzato e ha concluso la serata con un perentorio ‘Basta, adesso non sono più vostro amico’. Ed è stato uno scivolar via di bambinette. Via, in camera, lontane da quel divano. Al che la mamma, dopo aver riposto il suo premio di Mamma Valium, ha borbottato che, insomma, perché amici? E sei il babbo, mica un amico. E continuava a boticare cercando di spiegarsi il perché di quella strategia paterna, che insomma sono genitori, ci sono delle responsabilità, cosa c’incastra l’amicizia. Insomma, era successa una cosa gravissima.

In quel silenzio dopo la tempesta, sullo schermo della colpa si è affacciata la fattura. La fattura!

Grave, quanto solo le fatture sanno esser gravi: trenta euro di applicazioni. Così cinguettava l’sms ricevuto dall’i-tunes store, Complimenti per il tuo acquisto! Roba che la quiche va di traverso e uno si strozza pure. E insomma, a un babbo inconsapevole che sta cenando coll’amici sua, mica si spediscono sms così. Povero babbo. E povera mamma, soprattutto. Che prima di collegare una spesa al cellulare e poi alle figliole che però sono sul divano e quindi trenta euro, piccina, le ci vuole un po’ di tempo.

Il bilancio della serata, poi, alla fine, ha raggiunto il sapore agrodolce della vita fidicina e le luci della serata si sono spente con un ambivalente zoppicare di emozioni. Ossia, mentre i due adulti leggevano la fattura cercando di argomentare l’errore delle pargole, il cuore si stringeva davanti all’elenco degli acquisti di quelle due satanasse, perché quelle mica a caso spendono i soldi, le due teppiste avevano passato la serata a comprar fragoline, limonate e conetti gelato ai loro gattini. E lo stratega della vita familiare aveva pure ricevuto un foglio con un messaggio disperato,

Babbo, noi ti daremo tutto quello che abbiamo pur di essere ancora tue amiche.

Ecco, appunto, pensava maman, se rinasco voglio rinascere babbo.

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2 thoughts on “Una cosa gravissima

  1. trombetta ha detto:

    posso dire: “io c’ero” ed è stato un bel fulmine a ciel sereno… certo che questa moda dell’amicizia genitori figli proprio non va… vabbeh, così la smetteranno di spippolare (mi piace a strabestia questa parola, e le espressioni di incomprensione sui grugni delle persone che non la capiscono)

  2. Fidicins ha detto:

    Capace sia perché i loro polpastrelli mal si adattano all’immagine del pippolo. Che poi, davvero, cos’è un ‘pippolo’?

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