Archivio mensile:giugno 2012

Fidicins al sole

I giovani fidicini sono in piena tenuta estiva. L’assetto mare funziona a meraviglia. La grande convive con i martellanti ritornelli di maman di tieni-dritte-le-spalle e smetti-di-mangiare-patatine sui quali di sicuro la giovinetta costruirà i primi consapevoli progetti di fuga da casa. La media vorrebbe arrampicarsi sulle piattaforme che galleggiano sulla spiaggia ma è troppo impegnata a fuggire dale zanzare che l’hanno già praticamente trasfigurata, mordendola nei punti più ciccini del copro, non è semplice mantenere il ruolo di divinità delle zanzare, ci vuole il sangue giusto.

mamma, ma se lei è così buona quasi quasi me la mangio anche io dice la sorella delle patatine, e i genitori si chiedono fino a che punto la bambina in crescita scherzi…

Il piccolo Adone del nord passeggia per la spiaggia come un gorilla in miniatura a piedi piatti e ride. Ride quasi sempre lui, mostrando il tentativo di trasferire la spiaggia dentro la sua bocca. Ride, ride, e poi si addormenta, in una specie di letargo invernale che dura di solito per l’intero pomeriggio.

Maman legge, traduce e qua e là scuote la testa per quello che legge, che come la signora tocca il suolo italico le si sveglia la bulimia delle letture, e mica sempre va bene la bulimia, ma il fatto è che questo luogo è stato per tanti anni ‘casa sua’, finché non cominciò la collezione dei ‘luoghi casa’ e per anni maman ha creduto più nella quantità che nell’unicità, però, sarà che invecchia, ma adesso le manca un bel giardino suo e un bel tavolo sotto un olivo. 

Però sono tutti abbronzati, viva la vitamina D, sono già – quasi tutti – biondi e sono felici. Molto felici.

 

Il signor B.

Ciascuno convive con le proprie paure, che le nasconda o meno, che ne sia consapevole o no. E poi si vive tutti con una piramide di varie paure, diciamolo. Maman è una persona abbastanza coraggiosa, è anche talmente incasinata che spesso le manca il tempo per spaventarsi, o piuttosto la paura che maman si porta accanto come un’ombra fedele è una sola e non c’è spazio per altre. Menomale. Fedele e silenziosa come un coccodrillo nell’acqua le si siede accanto quando cena con i figli ed esce dalla u-bahn con lei quando è arrivata a destinazione. Inscalfibile persino dalla terapia freudiana più capace la sua è una paura al di là del tempo, ché maman ha paura della morte. Una paura vivida e quotidiana, perché la morte è il vero momento della fine, è il non ritorno. Quando una persona muore sparisce e così l’ultimo sguardo scambiato diventa proprio l’ultimo sguardo, l’ultimo sorriso che si ricorda è l’ultimo sorriso e così per l’ultima frase. Non ci sarà di niente che lo riguardi personalmente una seconda chance. Finché c’è il corpo c’è solo quello, la persona non c’è più, ma c’è il corpo, almeno. Poi il corpo se lo portano via e non rimane proprio più nulla. Quando la morte accade non c’è più spazio per altro. Quando quegli occhi si chiudono non si riapriranno più, e a nulla serve imprecare, chiedere, urlare, chiamare. I ricordi, le frasi, il pensiero, tutto rimane, ma nello spazio fragile e delicato della memoria, come lasciare una bici alla stazione, e non usarla più.

Maman è una persona strampalata, senza capo né coda, ne fa una di cose e poi la risistema, ieri s’era sbagliata e s’era scordata metà farina nella torta, allora l’impasto è tornato nella ciotola e ha aggiunto quel che mancava e poi l’ha rimesso nella tortiera e la torta è venuta buona uguale. Con maman ci vuole pazienza, ci vuole sempre una seconda chance, ma non per distrazione, nemmeno perché ne fa tante, troppe. No. Maman si comporta così perché gioca con il tempo, il suo è un avanti e indietro continuo perché questo le dà il senso della vita che scorre, della vita che è un fiume e che non si ferma. E poi a fare così cerca di scrollarsi di dosso quella paura che invece si muove con lei. Ha paura della morte perché la morte ferma tutto, ma finché c’è una seconda chance la morte rimane lontana. La paura sta vicina, ma la morte è lontana. Si perdono le cose ma poi si ritrovano, si usano e si dimenticano perché il tempo scorre e noi con esso, dentro la barchina che galleggia su questo fiume, in disequilibrio e con un po’ di mal di mare, ma avanti e indietro. Quando una persona muore rimangono invece come sassi sulla sabbia i suoi oggetti. Anche quei pensieri, quei ricordi, certo, ma soprattutto gli oggetti. Per questo su fidicinlandia si collezionano cappelli, ceramiche, e altre quotidiane caotiche presenze che si passano di mano in mano come se potessero in quel modo lasciare un segno, una scia, la scia d’un tempo vivente, vissuto

C’è qualcosa però che le fa ancor più paura della morte: il suicidio. Il suicidio è la forma della morte più terribile, perché in lui esplodono i contenuti di tutte le paure, tutti insieme. Che un uomo possa arrivare a scegliere quella volontà della fine, quel non ritorno, quel punto e basta è uno spettro che cammina con maman e la spaventa. E questa è una paura che rischia di immobilizzarla e togliere ogni ironia. Solo che senza ironia la vita non ha più forza e ogni rischio diventa possibile. E con i suicidi sente una complicità antica che spaventerebbe persino Clint Eastwood, figuriamoci la ragazzina ch’è maman.

 

Tadeusz Borowski si è suicidato nel 1951, quando non aveva ancora compiuto 29 anni, era conosciuto e stimato, aveva un ottimo lavoro ed era appena nata la sua prima figlia. Anzi, era appena stato a trovarla in ospedale quando è rientrato a casa e s’è ingoiato tutte le pasticche che aveva in casa. Per questo, al di là dell’irresistibile attrazione del suo modo di raccontare ciò che vede, Borowski le fa l’effetto del fuoco, se maman allunga troppo le dita si brucia. Quindi ora qui una sola poesia, poi piano piano altre, e magari anche qualche indicazione biografica. Ma piano piano, che Borowski le brucia le dita.

 

 

Addio a Maria

 

Se sei viva – sappi

che io ci sono. Ma non venire da me.

In questa notte nera, tumefatta

la neve si appiccica a macchie sui vetri.

 

E fischia il vento. E il profilo nudo

degli alberi batte alla finestra. E sopra di me

come il fumo delle città estinte e dei fronti

scorre un’infinita sorda oscurità.

 

Che silenzio terribile! A cosa è servito

vivere fino a questo? Ormai è solo amarezza.

Non tornare da me. Il mio amore

è stato corroso dal fuoco del crematorio.

 

Da là ti ho avuto. Il tuo corpo –

con la scabbia, con il flèmmone – tanto si arrampicava

come una nuvola verso l’alto. Da là ti ho avuto,

dai cieli che uscivano dal fuoco. E’ passato.

 

Non tornare da me. Insieme a te

non tornerà il vento, per la gioia della nebbia.

Non si alzeranno le persone dalle tombe comuni

e non rinasceranno le fragili ceneri.

 

Non lo voglio, non tornare. Tutto è stato

un nostro gioco, un’illusione, mero teatro.

Circola sopra di me il tuo amore

come il fumo di un uomo oltre il vento.

 

 

 

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La calata delle Valchirie(tte)

Tra poco meno di due giorni le tre femmine fidicine più il pupo scenderanno in Italia. Al mare, al sole, al caldo. Nella terra dei gelati buoni, dei fratelli sorridenti e della ricotta. Tanto agognata è la vacanza di quest’anno che la malevola legge del contrappasso ha fatto fiorire su fidicinlandia un bouquet di grattacapi. La commercialista all’ultimo minuto spedisce un conto salato come le patatine senza birra, i biglietti sono stati fatti sotto l’effetto di allucinogeni naturali che ormai maman va in tilt alla sola idea ‘valigia’ e quindi si parte il giorno sbagliato e pure alle sei di mattina. Poi, dall’amata Cracovia sono giunte copie di un paio di libri tradotti così male che maman non ci dorme la notte. Che tradurre male è come far soffrire una donna di parto, non si può, è cattiveria. Che uno finalmente potrebbe regalare le poesie di quell’autore di cui parla da tanto e invece no, meglio di no che poi se no si fa come Majorino che dice che la Szymborska non lo convince. E non lo convince no, tradotta com’è come fa a convincere un poeta? Tutto questo condito dal solito allegro mal di denti, che ormai qui si pasteggia a pane e paracetamolo, almeno si potessero raccogliere i punti e vincere, che so, una fascetta da polso da tennista.

Tradurre male è brutto. Non si dovrebbe fare, perché il suono delle belle parole mal tradotte è una specie di campana a morto, un funerale della passione della scrittura, della lettura. E’ come sentire un bimbo che piange e non dirgli nulla, ecchisenefrega. O come avere un gelato buonissimo eppure lasciarlo al sole e farlo sciogliere, eoranonmicivà. Come una finestra che dà su uno splendido panorama ma nessuno pulisce i vetri, e rimangono sporchi e non si vede nulla, matantovabeneuguàle.

Tradurre bene è invece farsi da parte, è trascrivere nella propria lingua parole di un’altra. E’ prendere un gatto in braccio e fargli attraversare il fiume per lasciarlo poi dall’altro lato, senza che si sia bagnato, poverino, che i gatti han paura dell’acqua. Il gatto è sempre lo stesso, solo che zampetta dall’altra parte del fiume. Tradurre bene è farsi ponte, non megafono o belletto. Il bravo traduttore non aggiunge nulla di suo e se lo fa, quando lo fa, appena lo fa, diventa un cattivo traduttore; che poi spesso bisognerebbe che gli autori lo venissero a sapere e li prendessero a seggiolate nella schiena quelli lì, i cattivi traduttori.

Vabbè, qui una traduzione fidicina di una delle poesie più belle della signora di Cracovia, così, che sia per una scaramantica buonanotte, che lo tenga lontano il divorzio, mamma mia, che è una cosa brutta, peggio di una brutta traduzione.

 

Divorzio

 

Per i bambini la prima fine del mondo nella vita.

Per il gatto un nuovo padrone.

Per il cane una nuova padrona.

Per i mobili scale, fracasso, un furgone e un trasporto.

Per le pareti dei quadrati chiari sotto i quadri tolti.

Per i vicini di casa del piano terra un argomento, una pausa nella noia.

Per la macchina meglio se erano due.

Per la narrativa, la poesia – va bene, prendi quello che vuoi.

Peggio con l’enciclopedia e con l’impianto video,

e con quel manuale di corretta scrittura,

dove forse ci sono le indicazioni sulla questione dei due nomi –

se ancora unirli con la congiunzione ”e”,

o invece dividerli con un punto.

 

 

Wisława Szymborska, Tutaj, wyd. Znak, Kraków 2009

 

 

Minuscole voragini

Pranzare durante la settimana con papà Bakunin accade di rado. In generale pranzare con papà Bakunin accade di rado. Pranzare con un papà Bakunin tranquillo, sereno e rilassato poi, era sì accaduto nel passato, certo, ma non più di due tre volte negli ultimi dodici anni, a quanto maman si ricorda, ed era almeno il quarto o quinto giorno di vacanza, che il Signor Adrenalina ci mette comunque almeno tre giorni interi a fermarsi del tutto. E’ una questione di inerzia. Lui corre lo stesso, tanta è l’energia che accumula nel muoversi. E lui si muove sempre, anche di notte quando dorme, in realtà sogna, pensa e comunque si sveglia per baciare Pasqualino. La mano destra di papà Bakunin era oggi sì, comunque, nel suo continuo e abituale formicolio sulla tastiera del telefono, ma ogni tanto prendeva anche la forchetta in mano, e degustava le prelibatezze austriache ordinate da maman, guardandola e parlando con lei in grande armonia. Insomma oggi forse, sempre che non fosse in acido, una qualche ruota ha cominciato a girare diritta. O forse no. Maman non lo sa e se lo chiede, ma lo fa piano piano che non si sa mai si incrini il momento magico.

Fatto è che al muro c’era una vecchia carta geografica del regno di Austria Ungheria e baciato da quell’aura di particolare buonumore, uscendo, papà Bakunin ha sorriso, dicendo a mezza voce che in effetti è proprio così, dopo aver letto certe poesie anche una carta geografica la si guarda con altri occhi.

Questa è l’influenza benevola della signora polacca che è un’artista dell’immediato, perché il suo sguardo, con estrema leggerezza, è capace di spalancare minuscole voragini nella vita di tutti i giorni. E questo i fidicini accolgono con grandi sorrisi, perché la quotidianità è un brulichio di vita, di tempo e di spazio. Viva le minuscole voragini.

 

Carta geografica


Piatta come il tavolo
su cui è stesa.
Niente sotto di lei si muove
e non cerca fuga.
Sopra di lei – il mio umano respiro
non crea mulinelli d’aria
e tutta la sua atmosfera

lascia in pace.

Le sue valli, le pianure sono sempre verdi
le colline, le montagne, gialle e marroni,
e i mari, gli oceani, d’un azzurro amichevole
lungo i bordi sciupati.

Tutto qui è piccolo, disponibile e vicino.
Posso con la punta di un’unghia schiacciare i vulcani,
accarezzare i poli senza guanti spessi,
posso con un solo sguardo
abbracciare ciascun deserto
insieme al fiume presente proprio lì accanto.

Le foreste sono indicate con qualche albero
tra i quali sarebbe difficile perdersi.

A est e ad ovest
sopra e sotto l’equatore –
il silenzio sparso come semi di papavero
e in ciascun granello nero
vivono le persone.
Fosse comuni e rovine improvvise
no, non in questo quadro.

I confini dei paesi sono a malapena visibili
come se fossero in dubbio se essere o non essere.

Mi piacciono le mappe, perché mentono.
Perché non danno accesso alla verità violenta.
Perché con magnanimità e senso dell’umorismo
mi spiegano sul tavolo un mondo
non di questo mondo.

Wislawa Szymborska, da ”Wystarczy”, ed. a5

La cena

Questa sera si comincia bene la settimana. Si discute e si litiga con la primogenita che fa come vuole lei, non c’è verso di farsi ascoltare, guai, nemmeno quando sale sul bus sbagliato, ma lei non aveva detto che era quello. COME NO! No, insiste. E vabbè. Si scherza e si ride con la secondogenita e le si curano le ferite che solo lei riesce a guadagnarsi, lividi nel collo e spine sulle cosce, e magari scendi giù dal tavolo che caschi, via. Si gioca e si bacia Totò principino piccino che ogni tanto smette di essere meraviglioso e urla e impazzisce dal dolore, poi ricomincia a ridere e c’è un dente nuovo, piccino e maledetto, vigliacchi e orribili i denti. Si battibecca col babbo che si lamenta che le fanciulle non sono abbastanza seguite, che sono troppo disobbedienti, ora le seguo a calci nel sedere, a nocchini nella testa, voglio vedere se rimangon loro i segni, visto che a spiegare le cose non si cava un ragno dal buco, comincerò cazzotti, così almeno lascio il segno, pensa una maman Medea scorbucciata, immaginandosi le pupe tutte lividi e occhi neri.

Su fidicinlandia la settimana parte a cena, a tavola. Con la tata Tina in casa sedersi al tavolino è una poesia ogni volta più armoniosa, i gusti, i sapori, gli odori. Come un sogno a occhi aperti, uno pensa… che so, un cornetto… e voilà arriva un cornetto che sembra uscito da una favola, da un disegno, poi lo mangia e dentro quella favola, dentro quel disegno ci finisce lui, da capo a piedi, così, solo masticando.

Quindi,

Ricotta sarda salata, molto bellina e decisamente buona anche se vagamente anemica, ma è bio, sul bio non si discute.

Formaggio fresco di capra morbido e abbastanza insapore, beata la robiola e chi se la può comprare al sidis sotto casa.

Ricotta cotta al forno del sud Tirolo, buonina, ma lontana anni luce dal tripudio di sensi che nonno fidicins comprava a Arabba, nella latteria dei sogni di maman.

Pizzette focaccine della tata Tina cotte sulla stufa, e lievitate con la pasta madre che in effetti a forza di rinfrescarla ce n’era un quintale, ma finalmente maman e tata Tina hanno testato il loro primo progetto di ricetta fusion Mar Tirreno-Vistola. A presto ne verranno fuori altri.

Cornetti dolcetti per nachtisch, con tanto di crema pasticcera dentro, bellissimi, meravigliosi, panciuti e morbidi che quasi assomigliano al piccolo principe Pasqualino settebellezze di fidicinlandia, tanto l’uno e gli altri verrebbe da morderli e fare gnaaam. Lui, piccolo Hansel senza Gretel, sorride perché non sa che ‘ste due streghe, sotto sotto, se lo vorrebbero magnare.

E acqua gassata a brindare copiosa, benedetta la soda stream e chi l’ha inventata.

Però, a pensarci bene, questa storia del cibo e della fame ci rende un po’ primitivi. Eh sì, a pensarci proprio bene forse forse ha ragione la bella signora Szymborska. Aveva? No, no, ‘ha‘.

 

 

 

Costrizione

 

 

Mangiamo la vita degli altri, per vivere.

Un cadavere di maiale con cavolo defunto.

Il menù è un necrologio.

 

Persino le migliori persone

devono masticare qualcosa di ucciso, digerirlo

perché il loro sensibile cuore

non smetta di battere.

 

Persino i poeti più lirici.

Persino gli asceti più puri

masticano e ingoiano qualcosa,

che era del resto cresciuto.

 

Mi è difficile conciliare questo con gli dei buoni.

Forse perché ingenui,

forse naif,

hanno ceduto l’intero potere sul mondo alla natura.

E lei, pazza, ci impone la fame

e là dov’è la fame

là, è la fine dell’innocenza.

 

Alla fame si uniscono immediatamente i sensi:

il gusto, l’olfatto, il tatto e la vista

perché non è indifferente, come sono le portate

e su quali piatti.

 

Persino l’udito prende parte

in questo, a cosa succede

perché al tavolino non di rado accadono allegre conversazioni.

 

Wislawa Szymborska, da ”Wystarczy”, pg.12

 

Mamma, ma perché quando la tata Tina fa qualcosa da mangiare alzi la testa, incroci così gli occhi e dici mmmmh?

Ma, chissà perché, eh? E pensare che la stessa bimba poco prima aveva sentenziato sconsolata, provata, ma sicura un bel

‘Mamma, la tata Tina cucina meglio di te’.

 

Domenica

Complice una domenica autunnale di inizio giugno, i maschi di fidicinlandia passano l’aspirapolvere mentre le femmine spulciano i libri di cucina per fare una torta. Hanno dormito, fatto il bagno, visto un Miyazaki da adolescenti, letto, scritto e ora che zucchero e burro faccian la loro, eh?

Però ci vorrebbe un’idea cool per la serata, eh sì.

 

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