La calata delle Valchirie(tte)

Tra poco meno di due giorni le tre femmine fidicine più il pupo scenderanno in Italia. Al mare, al sole, al caldo. Nella terra dei gelati buoni, dei fratelli sorridenti e della ricotta. Tanto agognata è la vacanza di quest’anno che la malevola legge del contrappasso ha fatto fiorire su fidicinlandia un bouquet di grattacapi. La commercialista all’ultimo minuto spedisce un conto salato come le patatine senza birra, i biglietti sono stati fatti sotto l’effetto di allucinogeni naturali che ormai maman va in tilt alla sola idea ‘valigia’ e quindi si parte il giorno sbagliato e pure alle sei di mattina. Poi, dall’amata Cracovia sono giunte copie di un paio di libri tradotti così male che maman non ci dorme la notte. Che tradurre male è come far soffrire una donna di parto, non si può, è cattiveria. Che uno finalmente potrebbe regalare le poesie di quell’autore di cui parla da tanto e invece no, meglio di no che poi se no si fa come Majorino che dice che la Szymborska non lo convince. E non lo convince no, tradotta com’è come fa a convincere un poeta? Tutto questo condito dal solito allegro mal di denti, che ormai qui si pasteggia a pane e paracetamolo, almeno si potessero raccogliere i punti e vincere, che so, una fascetta da polso da tennista.

Tradurre male è brutto. Non si dovrebbe fare, perché il suono delle belle parole mal tradotte è una specie di campana a morto, un funerale della passione della scrittura, della lettura. E’ come sentire un bimbo che piange e non dirgli nulla, ecchisenefrega. O come avere un gelato buonissimo eppure lasciarlo al sole e farlo sciogliere, eoranonmicivà. Come una finestra che dà su uno splendido panorama ma nessuno pulisce i vetri, e rimangono sporchi e non si vede nulla, matantovabeneuguàle.

Tradurre bene è invece farsi da parte, è trascrivere nella propria lingua parole di un’altra. E’ prendere un gatto in braccio e fargli attraversare il fiume per lasciarlo poi dall’altro lato, senza che si sia bagnato, poverino, che i gatti han paura dell’acqua. Il gatto è sempre lo stesso, solo che zampetta dall’altra parte del fiume. Tradurre bene è farsi ponte, non megafono o belletto. Il bravo traduttore non aggiunge nulla di suo e se lo fa, quando lo fa, appena lo fa, diventa un cattivo traduttore; che poi spesso bisognerebbe che gli autori lo venissero a sapere e li prendessero a seggiolate nella schiena quelli lì, i cattivi traduttori.

Vabbè, qui una traduzione fidicina di una delle poesie più belle della signora di Cracovia, così, che sia per una scaramantica buonanotte, che lo tenga lontano il divorzio, mamma mia, che è una cosa brutta, peggio di una brutta traduzione.

 

Divorzio

 

Per i bambini la prima fine del mondo nella vita.

Per il gatto un nuovo padrone.

Per il cane una nuova padrona.

Per i mobili scale, fracasso, un furgone e un trasporto.

Per le pareti dei quadrati chiari sotto i quadri tolti.

Per i vicini di casa del piano terra un argomento, una pausa nella noia.

Per la macchina meglio se erano due.

Per la narrativa, la poesia – va bene, prendi quello che vuoi.

Peggio con l’enciclopedia e con l’impianto video,

e con quel manuale di corretta scrittura,

dove forse ci sono le indicazioni sulla questione dei due nomi –

se ancora unirli con la congiunzione ”e”,

o invece dividerli con un punto.

 

 

Wisława Szymborska, Tutaj, wyd. Znak, Kraków 2009

 

 

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One thought on “La calata delle Valchirie(tte)

  1. Simo ha detto:

    Eh si….

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