Villeggiatura fidicina

Maman continua a inanellare colazioni-pranzi e cene e perde il capo davanti ai bigné con la crema, ma ormai s’è data pace che l’Italia le fa l’effetto ‘accumulo’, come il disgelo alle foche. Le ragazzine aumentano la percentuale del color cacao sulla pelle, collocandosi ormai in quota 90%, a scioglierle sarebbero amare come fave di cacao puro. Il gorillino biondo dal canto suo, dopo aver taciuto la parola mamma per mesi e aver sorriso a quella bischera quando le chiedeva di pronunciare, tiprego, il lemma numero uno, adesso, finalmente?, non fa altro. Adesso indica e dice mamma, sia esso lo zio, il babbo, il mare o la sua pipì e grazie alla nonnanonnonna sta imparando a fare caro e a dare le carezzine e poi ride, ride un mucchio perché questa gente qui è proprio buffa. A volte si allontana anche per guardarseli meglio, e ride. Papà Bakunin alterna fasi di veglia ad attività di pulizia spicciola per poi scomparire nella letargia del pomeriggio, Babbo, fai il bagno? No, bimbe, io dormo. Il nonno zoppica e cammina un po’ curvo, ma se gli si chiede come va dice Benissimo. Ché, non lo vedi? E tutti si tengono la preoccupazione, perché no, non sta benissimo, e ci dispiace. Lo zio adolescente viaggia sulla metamorfosi completa coi suoi animali adorati e ormai ci si attende che gli cresca la coda, dopodiché gli costruiremo un box e lo vedremo che scaccia le mosche, e racconteremo la cosa come ‘lo zio che diventò un cavallo’. Quello grande invece fa e disfa valigie con dentro vestiti e oggetti non suoi, ma dei vari suoi figlioli e solo ogni tanto si vede spuntare con una bottiglia di birra in mano, tutta per sé, quella sì, sono i momenti in cui il nipotino piccinino lo guarda e lo adora, perché la birra è buonissima. Per fortuna l’equilibrio mentale della villeggiatura fidicina poggia le gambe sulla serafica tata Tina, che oltre a seguire il giovane tentatore di suicidi sorridente, fa uno slalom di sguardi silenziosi e bonari intorno a questa famiglia allargata di matti che è gente che compra il burro invece di farlo e che non ha nemmeno un pezzetto d’orto dove metter giù un po’ d’insalata, infatti ogni tanto s’appisola. Chissà che cosa sogna.

 

Addormentandosi

 

Ho sognato che cercavo qualcosa,

da qualche parte forse dimenticato o perso

sotto il letto, sotto le scale,

sotto un vecchio indirizzo.

Rovistavo negli armadi, nelle scatole e nei cassetti

pieni invano di cose inutili.

Tiravo fuori dalle valigie

estati trascorse e viaggi.

Scuotevo fuori dalle tasche

lettere rinsecchite e lettere non per me.

Correvo affannata

per stanze, nonstanze

mie, nonmie.

Sprofondavo nei tunnel della neve

e dell’oblio.

M’ingarbugliavo nei cespugli spinosi

e nelle ipotesi.

Raccoglievo l’aria

e l’erba bambina.

Mi sforzavo di farcela

prima che calasse il crepuscolo d’una passata eternità,

la maniglia e il silenzio.

Alla fine ho smesso di sapere

che cosa cercassi così a lungo.

Mi sono svegliata.

Ho guardato l’orologio.

Il sogno era durato nemmeno due minuti e mezzo.

Ecco a quali artifici è costretto il tempo,

da quando ha cominciato a imbattersi

nelle teste assonnate.

 

da ”Wystarczy”, di Wislawa Szymborska, ed A5.

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