Torte di riso e pareti di marmo

La nonna bionda se n’è andata dieci anni fa, quasi. Tra pochi mesi cade l’anniversario e si conteranno allora, davvero, dieci anni. Uno, due, tre, quattro, fino a arrivare a dieci, che il tempo funziona così, scorre in avanti. Poi dipende, quando l’alveo in cui scorre è quello di una serata al fresco con il venticello, il silenzio e un’affettuosa compagnia di sguardi, allora magari scorre via veloce, che si ride e nemmeno ci si accorge di questo suo fuggire veloce con le zampone lunghe di un coniglio, quando invece gira su se stesso in un quadrante che scandisce un’assenza allora ogni rintocco di ore è come un calcio nel sedere, quando più quando meno forte.

E la nonna bionda era una presenza bella, soprattutto non era nemmeno ‘nonna’ per i fidicini, perché è andata via prima che questi tre terroristi venissero al mondo; a lasciar loro il posto, forse, ma forse no, che il mondo non è mica un monolocale e posto ci sarebbe stato per tutti, e se poi anche ce ne fosse stato poco ci si sarebbe ‘strinti’, come si dice qui, in Versilia, a lei, che versiliese non era e faceva sempre una faccia strana, un po’ costretta, quando ne sentiva il dialetto.

Delle tante cose che faceva questa nonna bionda non molte sono rimaste in mano alla sua figliola, per paura di rivedere nelle mani i movimenti della mamma, mica per altro. Che rivedere in un gesto una persona che non c’è e che manca d’una nostalgia ch’è come un tumore, lì per lì è anche piacevole, ma poi ti lascia uno stranguglione in gola che ci vogliono situazioni e situazioni per mandarlo via, e poi lui, carogna, rimane sempre un po’ lì, in agguato. La mamma cuciva, e la figliola fa il possibile per non prendere in mano un ago. La mamma leggeva con gli occhiali e da quando se n’è andata la figliola se li è tolti e ci vede benissimo, anzi, a volte, quando legge, tanto sgrana gli occhi che prima o poi le cadranno sulla carta del libro, flop, se non fa attenzione. L’una sapeva camminare solo coi tacchi e l’altra tiene in tacchi in libreria, in bella vista e non se li mette mai, perché solo nel momento in cui ci sale sopra il sedere le si sposta in una posizione inequivocabile, che se solo si guardasse allo specchio vedrebbe la posizione del corpo della mamma sulla sua testa, oiòi non ce la fa. L’una si truccava solo gli occhi e non usava mai rossetti, ombretto azzurro sugli occhi blu, poi il rossetto se lo scordava, o se lo mangiava o insomma non se lo metteva mai, l’altra difficilmente esce di casa senza, a meno che non sia davvero in un momento strampalato, e succede spesso, però si nasconde rossetti ovunque, per poter recuperare.

Son cosucce che stanno sulla superficie della quotidianità, certo, niente che prenda allo stomaco davvero, ma sono piccoli aiuti e servono a mantenere un equilibrio emotivo che spesso rischia di affogare in quella nostalgia maledetta, o canaglia, come diceva qualcuno. Aiutini, ch’è probabile giusto darsi. Perché quando poi entra in gioco l’importanza di certe amiche e il modo fitto fitto di chiacchierare con loro, o l’entusiasmo per diversi aspetti della vita che si condividono e che nutrono e che rendono felici, come il godimento di luoghi o di contesti che magari ricorrono, allora la filiazione a maman le scappa fuori come lo spumante dalla bottiglia, e va bene così, che per quanto ci si allontani inerpicandosi nella nostra vita in un certo modo si rimane sempre, per un pezzo di vita convissuta e osservata, ‘figlioli’ di.

Però la vita è un elastico, anche, e mentre si tiene lontana dagli aghi e dai fili maman in verità vorrebbe invece imparare a cucire, come a mettersi l’ombretto azzurro, o insomma vorrebbe trovare il coraggio per ospitare nelle sue dita i gesti della mamma. Sembra facile. Quando uno ha paura di volare può arrivare fino all’aereo, ma poi non ci sale, come chi ha paura dell’acqua, che può passeggiare a bordo vasca senza bagnarsi nemmeno un dito, solo che sono paure a voce alta, se ne parla, se ne discute, le si racconta, diventano quasi un fatto estetico, un argomento di identità, e tutto si esprime in un profluvio di chiacchiere. Invece la paura di rivedere la propria mamma in un gesto delle proprie mani è una paura privata, che si nasconde in un battito di ciglia o semplicemente portando un paio di pantaloni a fare l’orlo Ma come, non sai fare nemmeno un orlo? No, non lo so fare. Punto, finita la frase e ingoiata la paura di farlo quel maledetto orlo e vedere poi la mamma nelle dita con l’ago. O fatelo voi. E quando le paure stanno chiuse, ingoiate al buio di una mezza frase passano gli anni prima che vengano davvero fuori.

Anche se arriva il giorno in cui le paure si superano, e che diamine, siamo mica animali primitivi. Basta lasciare che arrivi il momento giusto e saperlo riconoscere. Per esempio, questi dieci anni che tra poco accadono del tutto sono un buon tempo favorevole, una giornata uggiosa al punto giusto che a stare in casa si legge, si chiacchiera ma si può anche cucinare qualcosa di buono, per esempio quella ricetta che è stata ricostruita senza davvero volerlo – perché le ricette si trovano in dieci minuti, non in dieci anni – per una torta molto, troppo simile, capitata sul tavolo un anno fa e poi reincontrata l’anno dopo, come se ci seguisse, se si volesse far fare, e una passeggiata dei pupi con la tata Tina là dove si trovano le uova buone, che mica vorrai rifare la sua torta senza gli ovetti di gallina felice? E così via, di caso fortunato in caso fortunato, un po’ a mezza voce, che maman è un animale che lavora di sbieco, non affronterebbe di petto niente che sia minimamente emotivo, perché sa che rischia di sgretolarsi. Insomma, tutto concorre a far sì, così sembra, a che oggi una delle granitiche paure verrà superata. Come un castello di marmo che perde una parete, finalmente demolita da un passo avanti del coraggio della mente.

Oggi maman farà la torta di riso della nonna bionda.

Superare le proprie più intime paure è un lavoro di semina e di cura lunghissimo, eh? Anni e anni di altro per poi arrivare al giorno in cui il terreno è davvero pronto e la piantina nasce, la paura si sgretola e se ne va. Superata. Evvài. Se poi, davanti alla teglia di una innocua e magari buonissima e semplice torta di riso, maman dovesse dare in escandescenza piangendo tutte le lacrime che le rimangono nello stomaco, anche quelle vecchiotte che da diversi anni stavano lì, avrà intorno a lei il clan che ha messo su in questo periodo della sua vita, che è poi il periodo più bello, più felice e più suo. Se poi la faranno ridere, meglio, capace invece che si alzino tutti appena arrivata la torta in tavola e dicano che no, grazie, non hanno più fame. Ma insomma, importante era buttar giù quella parete di marmo.

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3 thoughts on “Torte di riso e pareti di marmo

  1. nishangainberlin ha detto:

    bentornasti! ..il post e´..ma che telodicoaffffare..tra un poco parto e tu – gia´lo so – mi mancherai

  2. nishangainberlin ha detto:

    vedi? un blog a volte..

  3. Fidicins ha detto:

    Ma non devi partire, non devi! Devi soltanto trasferirti di quartiere e venire a Kreuzberg, ecco. E invece? Dove altro andresti??

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