Archivio mensile:agosto 2012

domenica sera

 

Molto più che all’irruenza

imprevedibile

e alla mutabilità forte

di un fiume

è alle acque di un lago

che mi sento simile

 

Intima

di stasi e di sosta.

 

 

 

Bardziej niż do porywczości

nieprzewidzialnej

i do mocnej niestałości

rzeki

do wód jeziora

czuję się podobna

 

Intymna

w bezruchu i w zatrzymywaniu się.

Fughe

Capita di rado che un vicino di viaggio si avvicini e pur senza conoscerti si confidi con te in maniera intima, complice e persino un po’ rabbrividita. Però succede.

 – desidero informarla che il signore di fronte a noi sta sfogliando del disgustoso materiale pornografico.

Imbranata come una papera che starnazza in un lago, maman ci ha messo diversi secondi per svegliarsi dalle pagine di una splendida e intimissima Polonia e rendersi conto che in effetti c’era tutto un abbecedario di corpi nudi che si incastravano e sguardi vagamente ‘mbriachi ma sorridenti con corollario e armamentario di puppone tonde e tante e culi vari in bella mostra, tutto ciò in mano al signore che si appoggiava a lei, e pure lui aveva uno sguardo non così in sé. E vabbè, porello, ha poi anche pensato. Peró no. Invece no, perché certe cose non si fanno. Non lì, non in u-bahn che i giapponesi son persone delicate, si rompono anche, se non si fa attenzione, così esili, eleganti e pallidi. E insomma, e non si puó sfogliare certa roba davanti ad una deliziosa ragazza giapponese, no, son cose che non si fanno.

Pensava maman davanti alla fuga inorridita dell’asiatica e gentile compagna di viaggio.

 

Follie nella notte

C’era una volta la meraviglia del sonno. Il delicato e soffice dormire del riposo. L’antico e mai abbastanza ben decantato momento, lungo, in cui Orfeo culla e veglia le anime benedette dei dormienti. C’era. Su Fidicin c’era.

Quando uno rasenta la soglia dell’andare fuori di testa però sono strane stranissime le cose che accadono. Per esempio ad una maman che dorme avvinghiata al suo ultimo focaccino nato, che se lo tiene stretto come fosse il vecchio orsetto di quando era bambina – che era una cane e era bellissimo e chissà dov’è finito, che usa tutte e dieci le mani per agguantarlo meglio e lui è piccino, cicciosetto e si agguanta che è una meraviglia, ecco, a questa mamma sull’orlo della perdita del senno accadono di notte le cose più strampalate, anche di giorno a dire il vero, ma di notte peggio, quando il sonno apre la diga dell’anima, del corpo e del cervello, praticamente a lei è come se si aprisse la gabbia dei polli e tutto diventa un becchettìo di stupidaggini, altro che cervello.

Il cuore della notte è il momento in cui, preferibilmente, si alza il sipario sulla sua colorata e distratta follia.

Lei si sveglia, apre gli occhi e si guarda intorno. Papà Bakunin è a migliaia di km di distanza e probabilmente dorme beato sotto lenzuola belle stirate, beato lui. Ha aperto gli occhi e si chiede dove sia il piccolo omino meraviglioso con cui condivide il talamo. Non c’è. Ma sì che c’è, sarà un po’ più in là. In là, come in là? No, in là non c’è. NON C’E’??? Come ”non c’è??”. E in questo è tutt’uno con l’aprire, lo strabuzzare, lo spalancare gli occhi, che se prima il suo era un dormiveglia ormai la potrebbe guidare uno scuolabus, per quant’è vigile. Nulla, lui non c’è. Allora lei, che evidentemente ha nel proprio dna una dinastia di cammelli e una di pellicani, così, per quanto riguarda l’eleganza del gesto, comincia a battere le lenzuola, a dare colpi a 360 gradi. Perché, non si sa. Forse per colpire in testa il piccolo colpevole di nascondiglio, o forse per finirlo con uno sganassone nel sonno. Non si sa perché smanacchi e si agiti, non lo sa nemmeno lei, ma la grulla soffoca dalla paura che il piccolo Pasqualino settebellezze sia caduto dal letto, che si sia fatto male e che stia dormendo sul parquet freddo e notturno, mezzo rincoglionito. Perché quindi batta le mani come un pellicano che si strozza però non si sa, e vabbè. Però quasi le manca il fiato.

Finché lei, a ragione, si sente un’idiota. Accade che basta un attimo. Ossia, basta che lui, dato il movimento inconsulto del braccio sul quale ha posato il capo beato e addormentato si risenta dell’inutile onda, della stupida battitura, della mamma che per farvore datele un valium. Piagnucola lui, si lamenta.

– Ah, piccinino, sei qui? Abbarbicato a me come un koala all’eucalipto? Come una cozza al pontile. Come un pidocchino alla cute di un bambino. Amore, perdonami delle pellicanate… E detto fatto chiude gli occhi e si riaddormenta, con un vago sentire di idiozia che le circola in gola, meritato.

Ma la notte è lunga. E dato che è una notte libera, di quelle in cui uno può svegliarsi quando vuole che la mattina non c’è la scuola e vivaddio… ecco, cosa sogna una mamma in bilico tra delirio e follia? Be’, sogna che la sua più cara amica si sta per sposare e lei non ha organizzato niente, tantomeno un regalo, una torta, un fiore. Nulla. E il matrimonio comincia tra poco, e bisogna svegliarsi e preparare qualcosa.

Come dire, il termine ‘masochista’ meglio si adatta ad una situazione del genere, o invece necessita dell’intervento di una autocraniata nel muro. Eh?

Valzer quotidiani

Questo blog qui sta perdendo di vista la poesia.

Come il tavolino di un bar senza sedie

come una bottiglia d’acqua gassata senza tappo

come un mp3 senza musica.

Tocca trovare rimedio, dunque, e in fretta.

Altrimenti sembra che la vita sia solo un pullulare di minorenni scatenati e sorridenti. Ennò, la vita, in teoria, ha anche un suo spazio di intimità. Altrimenti perché ci si sveglia presto la mattina, si preparano le merende, li si veste perbenino che non abbiano a morir di freddo o di caldo (di caldo, qui, si fa per dire) e li si accompagnano a scuola? Santi cancelli dell’educazione – loro – e della libertà – nostra -, ingoiateveli e occupatevi di queste menti friabili, eppure dure come il marmo, finché la giostra non cambierà disco e arriveranno le quattro e si cambierà il giro di questo valzer quotidiano.

Sul bus

Andare a scuola di ferragosto è davvero bizzarro, un po’ come mangiare un gelato al popcorn sulle montagne russe, un po’ come scrivere una lettera appesi per un braccio su un ramo d’un albero. Però succede. Cioè, in Germania succede. La suddetta bizzarria però si amplifica e lievita e quasi scoppia e fa pùum quando a prenderti vengono due amici piccini come te, tedescoparlanti come te, che fanno pure quasi la tua stessa classe e con cui giochi e ridi fino a perdere il respiro e l’ossigeno e vengono a prenderti a scuola perché sono in vacanza, loro. Eh, in vacanza. Ma solo perché abitano nel land accanto, dove l’erba è più verde e le vacanze estive meno bizzarre.

Da noi a ferragosto si facevano i gavettoni e i tordelli, racconta sul bus l’apuana e proustiana maman, nei suoi momenti di serafica educazione ai perduti fasti della Versilia.

Ridono le due, invece, ridono e pensano, complici, teppiste e rivoluzionarie che quasi il pensiero lo si sente a voce alta da quanto ce l’hanno scritto sulle gote.

Mamma, potremmo fare anche noi i gavettoni in classe!

Ecco, ovvedrài.

Sushi stream of seteness

Quando le ragazzette fidicine hanno bisogno di coronare in bellezza una giornata capita spesso che si ceni a sushi. ‘Il sushi, wow!!’ strepitano le due pollette. Essì che ci sono volute sedute e sedute di maki e zuppe di miso, perché al’inizio guai, all’inizio non mi piace, non lo voglio etc, e giù con tutto il decalogo della bambina-gallina a cui verrebbe fatto di tirare il collo, poi si sono sciolte, si sono riconosciute le loro cosucce preferite e ormai siamo che è il loro piatto preferito. Tanto anche questo aspetto divertente ha l’esser mamma, insistere, aspettare ed esercitare la pazienza dell’elefante che uno magari nemmeno ha e tirare avanti così, di prova in prova finché qualche argomento in più entra nella testa di queste personcine piccine.

L’unico effetto collaterale del sushi fidicino, però, è la notte che segue. L’effetto immediato della salsa di soya è che al calduccio delle lenzuola si fanno sogni strepitosi, vagamente ripetitivi, ma strepitosi. Guerre tra animali a sette occhi e bambini altissimi, nel deserto. Oppure maman deve aspettare il treno insieme a tutta la banda di ragazzini assetati, ma sono soli e non c’è nulla, e come? Il treno? E siamo nel deserto! Il primo giorno di scuola, con la scuola vuota e anche senza la scuola perché intorno è solo e soltanto sabbia. Il deserto, appunto.

La sera festeggiano a sushi e la notte si incontrano nel corridoio come zombie ciondoloni, mossi soltanto da un irresistibile bisogno di bere. Acqua, acqua, possibilmente gassata, anche. E quindi ecco la regina di casa fidicina, la sodastream, che fischia e lavora a pieni polmoni mentre di là dalla finestra è tutto buio e scuro e silenzioso e lei invece fischia e strepita e gassa l’acqua, per un glugglù di queste anime assonnate.

Che la benedicono però, lei e quel genio miracolato che l’ha inventata.

Rientro

Come primo gesto di buon rientro le donne di casa hanno messo a dimora in nuovi e più capienti vasi le piante fidicine, così che sia un buon gesto simbolico per il nuovo anno e così che sia anche, e forse soprattutto, una buona compagnia per il caffè della mattina. ‘Ah, guarda che ha tirato su una fogliolina’ ‘Eh, sì, vedi che la palma le tira su dal mezzo, vedi che piano piano si riprendono’ e così, di osservazione botanica in osservazione botanica, e non chiedete troppo di più prima del caffè per favore, la casa fidicina si prepara alle emozioni della giornata.

Le ragazze sono rientrate a scuola, nella classe della grande ormai ci sono talmente tanti bambini che le pareti traboccano di testoline e braccette novenni e le maestre hanno lo sguardo stravolto di chi esce da una catena di montaggio di domande e di agitazioni bambine, povere loro, mentre la classe della piccola è in piena e fervida preparazione per la festa di sabato, quando verranno accolti con canti, filastrocche e cotillons i nuovi bambini di prima.

Il san Giovannino biondo invece fa la sua prova di inserimento all’asilo e gli viene malissimo, come dire. Abituato com’è alle sue due donne che se lo baciano e se lo toccano e se lo passano di mano in mano massaggiandogli le ciccette morbide come fosse l’impasto del pane al quale del resto è terribilmente simile, all’asilo tedesco fa una gran fatica. Arriva, zampetta verso gli altri bambini e prova timidamente a prendere in mano una macchinina quando viene travolto da nanuncoli poco più grandi di lui che hanno già un’enciclopedia di rapporti alle loro spalle e quindi lui rimane lì, smarrito e silenzioso. Silenzioso finché non si gira, vede che la mamma non c’è e allora parte la sirena dell’abbandono – piccinino amore della sua mamma che la spianerebbe i muri dell’asilo e se lo agguanterebbe in braccio per baciarlo per ore, ma non si fa, dice. Il contegno delle maestre varia dalla cella frigorifero al cubetto di ghiaccio, in quanto a effusioni e a contatto fisico questi nanetti vengono confinati al rango della bestia in gabbia e lo slancio di passione che elle tutte manifestano si potrebbe paragonare all’entusiasmo con cui una gazzella si lancia nella bocca del leone, e strano, perché i bambini piccini hanno questo dalla loro, che per quanto la loro identità si allontani a fatica dai bisogni fisiologici di cacca-pappa e pipì poi però sono fatti di ciccia spumosa, hanno tutte delle ciccette che sono un paradiso da toccare, da baciare… insomma nulla, queste li trattano come miniature di foruncolosi lebbrosi.

Finché.

Finché ieri, evidentemente per uno sguardo esaustivo di maman che stava per rassicurare la maestra che no, che il bambino non è affetto da alcuna malattia contagiosa e che quindi lei lo può toccare, sì, e persino prendere in braccio, sì, soprattutto per distrarlo quando la mamma se ne va, ecco perché no. Insomma, la signora suddetta esperta maestra si è chinata in terra, ha appoggiato le ginocchia al suolo e guardando il bambino che stava davanti a lei interrogativo si è data una pacchetta sulle cosce e gli ha detto

‘Komm hier, komm’.

Al che lui, di cui tutti conosciamo da tempo la sottile perspicacia, le ha risposto serio con la parola numero due del suo vocabolario in crescita, si è indicato col ditino e ha detto

‘Ai ai?’

‘Ai ai’, ossia ‘cane’. Ossia, cara signora maestra esperta insegnante per che cosa mi ha preso? Per un cane?

Siamo messi malissimo.

Certezze materne

Il dentista spagnolo di maman è un infido torturatore senz’anima, e buon per lui che è spagnolo e parla inglese, che se fosse tedesco sarebbe la reincarnazione di un medico di Artheim.

Che un uomo si diverta nell’aprire una gengiva con un bisturi e trapanare l’ossicino che stava là dentro tanto tranquillo è davvero complicato da capire. Vedere poi con quale godimento egli apra una scatolina imbottita, se la tenga sulle gambe – mentre maman sta lì accanto esterrefatta a occhi spalancati a ingoiare litri del proprio sangue per la gengiva aperta – e tiri fuori tutte delle orribile e vomitevoli bocche di vari materiali, se le guardi adorante e controlli che tutto si smonti perbenino, e tutti i dentini siano della misura giusta e del colore esatto, e persino il peso esamina e calibra, oddio, e quasi se li annuserebbe da tanto che tutto quel materiale da conato si vede che gli piace. No, questo va al di là delle armi umane di comprensione. Questo è il superamento della normalità, la metafisica del conato.

”Se uno dei miei figlioli mi dirà che vuol fare il dentista io mi tiro giù dalla finestra” pensava maman, guardando il blu del cielo oltre la finestra chiusa.

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