Rientro

Come primo gesto di buon rientro le donne di casa hanno messo a dimora in nuovi e più capienti vasi le piante fidicine, così che sia un buon gesto simbolico per il nuovo anno e così che sia anche, e forse soprattutto, una buona compagnia per il caffè della mattina. ‘Ah, guarda che ha tirato su una fogliolina’ ‘Eh, sì, vedi che la palma le tira su dal mezzo, vedi che piano piano si riprendono’ e così, di osservazione botanica in osservazione botanica, e non chiedete troppo di più prima del caffè per favore, la casa fidicina si prepara alle emozioni della giornata.

Le ragazze sono rientrate a scuola, nella classe della grande ormai ci sono talmente tanti bambini che le pareti traboccano di testoline e braccette novenni e le maestre hanno lo sguardo stravolto di chi esce da una catena di montaggio di domande e di agitazioni bambine, povere loro, mentre la classe della piccola è in piena e fervida preparazione per la festa di sabato, quando verranno accolti con canti, filastrocche e cotillons i nuovi bambini di prima.

Il san Giovannino biondo invece fa la sua prova di inserimento all’asilo e gli viene malissimo, come dire. Abituato com’è alle sue due donne che se lo baciano e se lo toccano e se lo passano di mano in mano massaggiandogli le ciccette morbide come fosse l’impasto del pane al quale del resto è terribilmente simile, all’asilo tedesco fa una gran fatica. Arriva, zampetta verso gli altri bambini e prova timidamente a prendere in mano una macchinina quando viene travolto da nanuncoli poco più grandi di lui che hanno già un’enciclopedia di rapporti alle loro spalle e quindi lui rimane lì, smarrito e silenzioso. Silenzioso finché non si gira, vede che la mamma non c’è e allora parte la sirena dell’abbandono – piccinino amore della sua mamma che la spianerebbe i muri dell’asilo e se lo agguanterebbe in braccio per baciarlo per ore, ma non si fa, dice. Il contegno delle maestre varia dalla cella frigorifero al cubetto di ghiaccio, in quanto a effusioni e a contatto fisico questi nanetti vengono confinati al rango della bestia in gabbia e lo slancio di passione che elle tutte manifestano si potrebbe paragonare all’entusiasmo con cui una gazzella si lancia nella bocca del leone, e strano, perché i bambini piccini hanno questo dalla loro, che per quanto la loro identità si allontani a fatica dai bisogni fisiologici di cacca-pappa e pipì poi però sono fatti di ciccia spumosa, hanno tutte delle ciccette che sono un paradiso da toccare, da baciare… insomma nulla, queste li trattano come miniature di foruncolosi lebbrosi.

Finché.

Finché ieri, evidentemente per uno sguardo esaustivo di maman che stava per rassicurare la maestra che no, che il bambino non è affetto da alcuna malattia contagiosa e che quindi lei lo può toccare, sì, e persino prendere in braccio, sì, soprattutto per distrarlo quando la mamma se ne va, ecco perché no. Insomma, la signora suddetta esperta maestra si è chinata in terra, ha appoggiato le ginocchia al suolo e guardando il bambino che stava davanti a lei interrogativo si è data una pacchetta sulle cosce e gli ha detto

‘Komm hier, komm’.

Al che lui, di cui tutti conosciamo da tempo la sottile perspicacia, le ha risposto serio con la parola numero due del suo vocabolario in crescita, si è indicato col ditino e ha detto

‘Ai ai?’

‘Ai ai’, ossia ‘cane’. Ossia, cara signora maestra esperta insegnante per che cosa mi ha preso? Per un cane?

Siamo messi malissimo.

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