Archivio mensile:settembre 2012

Il Maestro fidicino

Ride sempre, lui. Qualsiasi occasione è buona per esprimersi in una smorfia che faccia ridere lui e noi, noi tutti. Straordinario nel manipolare col pensiero quelle due splendide guance gommose che ha, le storce e quasi le annoda, poi con le mani e con le spalle esprime un altro sentimento di non si sa bene cosa. Gesticola, si stira e si allunga. Cammina per conto suo per casa, si arrampica e poi si ferma davanti allo sportello chiuso del forno, per chiacchierare, cantilenando un’armonia tutta sua in una partitura complessa composta da due consonanti e tre vocali, il suo attuale patrimonio linguistico. È buffo, tremendamente buffo. E quando non lo si guarda e non si ride di lui allora canta, canta a squarciagola. Lui, il Maestro fidicino.

Il piccolo universo di volontà però è capace anche di piangere, di strillare e di non sentire più ragioni. Ultimamente il teatro privilegiato di questo spettacolo è l’asilo. Il sipario si apre alle nove, quando maman lo accompagna. Che durante la strada lo tiene in braccio e gli parla, spiegandogli che adesso non è il caso di piangere, che lui si diverte come un matto coi bambini, che adesso dica ciao, la saluti e vada a divertirsi. Lui, in tutta risposta, fa finta di non esserci, di non essere né in braccio alla mamma, né lì, di non appartenere né a quella conversazione né a quel tragitto e nemmeno, a dirla tutta, a questo mondo. Lei gli parla, ma lui la ignora e guarda per aria. Finché poi, al momento del distacco, spalanca la bocca e si fa venire le labbra viola da quanto piange.

Naturalmente finché lo accompagnava la tata Tina lui correva verso l’asilo, rideva, scherzava e le faceva sì ciao con la manina ancora prima di essere arrivati. Grrr, il Maestro.
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INTERVISTA A UN BAMBINO

 .

Il Maestro è da poco tra noi.

Per questo sta in agguato da ogni angolo.

Si copre il viso con le mani e guarda da uno spiraglio tra le dita.

Rimane con la fronte al muro e poi si volta all’improvviso.

 .

Il maestro rifiuta con disgusto il pensiero assurdo

che un tavolo perso di vista debba essere un tavolo per sempre,

che una sedia alle sue spalle rimanga nei confini di una sedia

e nemmeno provi ad approfittare dell’occasione.

 .

E’ vero, è difficile sorprendere il mondo ad essere altro.

Il melo torna sotto la finestra in un batter d’occhio.

I passeri iridati scuriscono sempre a proposito.

L’orecchio della brocchina cattura ciascun rumore.

L’armadio notturno finge la passività dell’armadio diurno.

Il cassetto cerca di convincere il Maestro

che in esso c’è soltanto ciò che prima ci è stato messo.

Persino in un libro di favole aperto all’improvviso

la principessa riesce sempre a sedersi nell’immagine.

 .

Sentono in me lo straniero – sospira il Maestro –

non vogliono accettare un estraneo al loro gioco.

 .

Perché tutto quel che esiste

deve esistere in un solo unico modo,

in una orribile situazione, perché senza uscita da se stessa,

senza pausa e cambiamenti? In un dimesso da dove – verso dove?

Una mosca nel tranello di una mosca? Un topo nella trappola di un topo?

Un cane mai liberato da una catena nascosta?

Un fuoco che non può servire ad altro

che a bruciare per la seconda volta il fiducioso dito del Maestro?

E’ questo allora quel mondo giusto e definitivo:

una sparsa ricchezza che non si può raccogliere.

un inutile splendore, una possibilità negata?

No – grida il Maestro e pesta con tutti i piedi

che ha – in una tale enorme disperazione,

che nemmeno un coleottero a sei zampe.

 .

Wislawa Szymborska, ”Intervista col bambino”, Ogni caso, 1972

ciao. Mamma

Gli anniversari sono complicati e i numeri capaci di cattiveria. Perché hanno dalla loro una forza, un potere davanti al quale un corpo si trova come davanti a uno tsunami. Un cadavere, praticamente, è solo una questione di tempo, o di spazio. Uno sta lì davanti e non ce la fa, e allora meglio cedere alla forza che stare in piedi, perché l’acqua ti porta via. Questo hanno i numeri dalla loro.

Capace che nemmeno lo sappiano, poi, di fare così male.

E così, con una ragazzina in casa che, nonostante non abbia ancora compiuto dieci anni, già si mette le tue scarpe, già ti contraddice qualsiasi cosa dici, già cerca la sua strada e il suo spazio, capita che i numeri e gli anniversari si arrampichino sul vostro rapporto e sull’emotività esposta come un’edera su un palo della luce e quindi tutto diventa un gioco di correnti e di acque. O di ondate, meglio. Che credi di muovere la tua barchetta verso est e invece in un attimo sei sbattuto dalla parte opposta e la barchetta è in mille pezzi e non hai idea di come muoverti di lì. La sola ancora di salvezza sta nell’esperienza, quando si è dei professionisti del convivere con un’assenza si è imparato ad arginare il male, a mettere i sacchi di sale contro l’alluvione – al caso avere un meraviglioso ragazzino con cui condividere il talamo aiuta, soprattutto perché il giovinastro si sveglia tanto spesso da evitare la perfida fase rem, quella dei sogni e del venire a gola del dolore. Ci si sveglierà pure un po’ rincoglioniti la mattina, ma meglio sconfiggere l’occhiaia con un buon caffè che non fare a cazzotti con le immagini dei sogni maledetti.

Maman le voleva soltanto scrivere, neanche niente di preciso, o comunque niente di così importante, però alla fine è venuta fuori nella forma una specie di letterina Cara tolopina topolina virgola a capo, e poi un veloce contenuto sul fatto che maman sta traducendo di una Szymborska ragazzina che va al ginnasio e ha pochi più anni di lei e quindi ci vedeva un po’ lei, la sua topoletta, in quella ragazzina che scherza e ride con le amiche e diventa grande giocando e divertendosi. E forse la mail voleva soltanto essere un monito a entrambe, mamma e figlia, che non perdano mai di vista quanto sia importante l’allegria nel crescere. Forse solo quello.

Però poi la letterina ha mantenuto la sua formalità da carta e penna e quindi punto a capo e una bella chiusa in firma di ciao. Mamma.

E uno capace che non ci vede più. Che sprofonda. Così, per due parole messe lì per cortesia, per abitudine formale di scrittura. La stessa che aveva chi non c’è più, chi non c’è più da quasi dieci anni, chi era la sola che per anni chiudeva le mail, le lettere e i biglietti sul tavolo di cucina con quella firma. Con quel ”ciao. Mamma”.

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LA MEMORIA FINALMENTE

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La memoria, finalmente, ha quel che cercava.

Ho trovato mia madre, ho intravisto mio padre.

Ho sognato per loro un tavolo. Due sedie. Si sono seduti.

Erano di nuovo miei e di nuovo per me vivevano.

Due lampade di visi in un’ora grigia

brillavano come in un Rembrandt.

.

Adesso soltanto posso raccontare,

in quanti sogni hanno vagato, in quante folle

da sotto le ruote li ho tirati fuori,

in quante agonie per quante mani mi sono scivolati.

Recisi – crescevano storti.

L’assurdità li costringeva alla mascherata.

Che importa che non potevano soffrire al di là di me

se soffrivano in me.

Un’addormentata marmaglia ha sentito come chiamavo mamma

verso qualcosa, che saltellava pigolando su un ramo.

E c’è stata una risata, perché ho un padre con una coccarda sulla testa.

Mi sono svegliata per la vergogna.

.

Eh, e finalmente.

Una certa normale notte,

da un comune venerdì a un sabato,

così all’improvviso mi sono arrivati quelli che volevo.

Sognavano, ma come se dai sogni liberati,

obbedienti solo a se stessi e a nessun altro.

Nella profondità del quadro erano sfumate tutte le possibilità,

al caso era mancata la forma necessaria.

Soltanto loro risplendevano bellissimi, perché simili.

E mi è sembrato che fossero felici, felici e contenti

.

Mi sono svegliata. Ho aperto gli occhi.

Ho toccato il mondo come una cornice scolpita.

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Wislawa Szymborska ”La Memoria Finalmente”, Sto Pociech, 1967

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Quesiti da galateo

Se mentre ringraziate padre pio e la madonna amica sua per aver conquistato un posto a sedere e vi sentite a ragione in odor di miracolo, che fuori c’è una berlinese temperatura di fusione – berlinese nel senso che quando siete usciti di casa c’erano cinque gradi e avete fatto in tempo a prendere un bel piumino grazie al quale adesso avete i miraggi, certo potreste levarvelo, se solo riusciste a muovervi – e la città intera si accalca sul vostro M44 e la paura che dal peso il povero bus si crepi e faccia flop, ecco, se davanti a voi si para un metro e novanta di baldanzosa vecchia signora canuta ma sorridente che fare? Lasciarle o meno il posto? Sicuri? E se sotto le anziane eppur sode ginocchia sfoggiasse dei bambineschi calzini rosa con Cenerentola?
E rischiar di ferire così un amor proprio fanciullesco?
Un guaio.

Pacifico spirito di vendetta

Una bella insalata di cipolline crude, qualche carota, du’ fogliucce d’insalata e un colorato condimento a base di senape forte è il pasto giusto per preparare l’anima d’una maman destinata a soffrire durante una lunga seduta dal dentista.
La cipolla, soprattutto la cipolla.

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Limoni argentini

1,99 euro per tre limoni provenienti dall’Argentina, nemmeno bio. Al Kaiser’s.

Ma, come diceva il sommo Eugenio, qui e intendeva il Kaiser’s, appunto tocca anche a noi poveri bè, poveri eccome, impoverentisi, pure la nostra parte di ricchezza ed è l’odore dei limoni.

Infatti, la scocciatura è che per questa cifra li potevano almeno spruzzare di profumo al limone, invece nulla. Starà alla tata Tina trasformare i fruttarelli in prelibate e paradisiache bontà. Noi, per conto nostro, ci mettiamo l’illusione e la nostalgia di quei meravigliosi limoni della Versilia che crescono tondi e gialli persino sui davanzali esposti a nord.

Ma perché qui non li coltivano? Tocca farseli mandare dall’Argentina?

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La mandria

Poesia scritta tempo fa, forse molto tempo fa, ma mai testo fu più attuale. Soprattutto se uno poi la notte la passa chinato per terra a pulire e non tra le braccia di Orfeo col naso tra le dalie e le orecchie al silenzio di un lago. Ah, benedetto riposo, si potesse comprare al chilo, ce lo si potesse iniettare sotto pelle allora uno più che una mucca si potrebbe sentire un passerotto.

La mandria

Come una mandria

di mammiferi lenti

che rientra

la sera

alla stalla.

Stanchi i respiri

pesanti le zampe

basse le code.

Sanno del riposo

pensano al riposo

Camminano

avvicinandosi

e forti di questo pensiero

arriveranno.

Così

mi lavo i denti

io

la sera

prima di andare al letto.

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Breve decalogo della mamma

 

  • il numero dei figli che hai equivale al numero delle notti insonni che passerai in caso di virus, perché se lo passano come un testimone, senza scuse che tengano e indipendentemente dal fatto che abbiano il bagno accanto alla stanza il virus li beccherà nel cuore della notte e la raggèra si esprimerà in prossimità di tappeti, giocattoli e oggetti difficili da pulire, dovrai allora – invece! – pulire ogni cosa – e subito! – perché se lo fai dopo è peggio.

    Tanto varrebbe farli dormire direttamente in bagno.

  • Tu potessi ridurre al minimo il numero degli specchi in bagno ti aiuteresti a non incontrare il tuo proprio sguardo mentre vai a sciacquarti le mani o a sciacquare qualcosa di intriso di roba, credi, quello sguardo notturno è fin troppo espressivo, meglio soprassedere sui tuoi pensieri.
  • Tenere la letteratura in camera da letto è un rischio, soprattutto perché comporta una o più mensole considerate unanimemente ottimo appoggio e quindi c’è il rischio i pargoli si appoggino e che il fiotto si diriga verso di loro, poveri librini, e povero Stendhal.
  • In casi simili sarebbe buona cura di sé tenere una bella bottiglia di cocacola fresca in frigo, o anche di birra – di whiskey, meglio – da arraffare in uno dei numerosi momenti di svenimento da tanfo.
  • Lavati bene le mani, le braccia e la faccia, possibilmente la schiena e l’interno coscia, perché quei raffinati e inconfondibili profumi di umori bambini ti seguiranno anche altrove, certo non dal parrucchiere o in libreria, figuriamoci se sei tipo da trovare il tempo per il parrucchiere, ma dal medico, in sala d’attesa, per un appuntamento ormai prenotato da mesi e irrinunciabile, dove ti annusi istericamente le mani appena lavate e vorresti sprofondare nel divanetto.
  • Se uno dei pargoli crede di tirarti su di morale e mentre ti leghi e rileghi i capelli ti dice: ”Mamma, ti sei lavata i capelli? Sono belli lucidi. Brillano” Puoi tranquillamente invitarlo a dormire e rispondere che ”no, non sono lavati, ma sporchi, piuttosto”. E sentirti che i tuoi capelli sono in condizioni peggiori di quel che pensavi.
  • Quando i giochi si fanno duri, verso la quarta notte consecutiva insonne, quando hai un mal di testa che ingoieresti una bistecca di valium non pensare di trovare un equilibrio al male. Non farlo. Se uno urla, rischiando di svegliare l’unico che dorme e lo vorresti zittire con un cazzotto ma hai le mani occupate perché l’altro vomita, non chiederti di liberare la mente al pensiero di un momento in cui esser mamma è un piacere e non una fatica, non farlo, perché non ti verrà in mente nulla e rischieresti di dartelo per te quel cazzotto rimasto per aria.
  • Dopo quattro notti insonni e cinque giorni di ragazzini in casa e non a scuola sarebbe ottimo mollarli tutti e partire in bici per una rilassante giornata solitaria tra i fiori e i laghi, farebbe bene incontrare soltanto il suono dell’acqua che risciacqua, lo sguardo delle papere che si muovono a due a due e il colore rosso di fiori di ibisco sbocciati per te, invece ti siederai cercando di fare spazio ai pensieri, perché sarà sabato e loro saranno tutti a casa, e dovrai riaggomitolare il filo delle cose sospese che non hai fatto e cercherai di capire come organizzare la settimana per accelerare il tempo e recuperare.

    Sempre che tu non sia al gabinetto, per il tuo giro di valzer col virus.

Virus

Erano sei mesi che desideravano incontrarsi, le due amiche, e finalmente sabato siamo riusciti a passare il pomeriggio insieme, peccato che tra le risate e gli aggiornamenti su un cervello di nove anni in crescita l’ospite abbia portato pure uno di quei virus straordinari che nemmeno gli anticorpi di maman, e il pane con la pasta madre, e le verdurine and so on riescono a debellare. Anzi. Il piccolo Maestro si è trasformato in un piccolo Maestro malato, con lo sguardo tisico e l’espressione tubercolotica, giocava, guardava e poi blòb, vomitava come una pompa dell’acqua dimenticata aperta. La zingara bionda non paga del virus nell’aria ha cercato di capire la differenza tra una barca e una scarpa, che cosa le differenzia nel contatto con l’acqua del lago? Già, che cosa? Ci hanno messo qualche minuto di divertito spirito da esploratore per capire che sì, che le scarpe hanno dalla loro che affondano, mannaggia. E che quindi si bagnano, e già. E che se uno si trova a fare questi esperimenti a 15 km da casa, in un lago dentro un bosco e in bici è proprio difficile non rimettersi le stesse scarpe, per quanto mezze. Quindi il virus ha trovato terreno fertile e si è insediato cn le valigie e anche un par di mobiletti, convinto di stazionare dentro quel meraviglioso corpicino bambino per un bel po’.

La grande invece gira alla larga da queste debolezze, fa tardi a sera al tavolo con la tata Tina che cucina, mentre i moribondi di casa si coricano alle sette in punto come galline stanche lei chiacchiera fino a tardi, poi va a letto e la mattina se ne va a scuola con la tata Tina, come due amiche, mentre i moribondi recuperano le baldorie della notte cercando di dormire almeno fino alle nove.

La mamma in tutto ciò ha una cera impresentabile, in compenso la casa non è da meno, che il virus si è magnato pure l’energia. Ma passerà, eh?

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