ciao. Mamma

Gli anniversari sono complicati e i numeri capaci di cattiveria. Perché hanno dalla loro una forza, un potere davanti al quale un corpo si trova come davanti a uno tsunami. Un cadavere, praticamente, è solo una questione di tempo, o di spazio. Uno sta lì davanti e non ce la fa, e allora meglio cedere alla forza che stare in piedi, perché l’acqua ti porta via. Questo hanno i numeri dalla loro.

Capace che nemmeno lo sappiano, poi, di fare così male.

E così, con una ragazzina in casa che, nonostante non abbia ancora compiuto dieci anni, già si mette le tue scarpe, già ti contraddice qualsiasi cosa dici, già cerca la sua strada e il suo spazio, capita che i numeri e gli anniversari si arrampichino sul vostro rapporto e sull’emotività esposta come un’edera su un palo della luce e quindi tutto diventa un gioco di correnti e di acque. O di ondate, meglio. Che credi di muovere la tua barchetta verso est e invece in un attimo sei sbattuto dalla parte opposta e la barchetta è in mille pezzi e non hai idea di come muoverti di lì. La sola ancora di salvezza sta nell’esperienza, quando si è dei professionisti del convivere con un’assenza si è imparato ad arginare il male, a mettere i sacchi di sale contro l’alluvione – al caso avere un meraviglioso ragazzino con cui condividere il talamo aiuta, soprattutto perché il giovinastro si sveglia tanto spesso da evitare la perfida fase rem, quella dei sogni e del venire a gola del dolore. Ci si sveglierà pure un po’ rincoglioniti la mattina, ma meglio sconfiggere l’occhiaia con un buon caffè che non fare a cazzotti con le immagini dei sogni maledetti.

Maman le voleva soltanto scrivere, neanche niente di preciso, o comunque niente di così importante, però alla fine è venuta fuori nella forma una specie di letterina Cara tolopina topolina virgola a capo, e poi un veloce contenuto sul fatto che maman sta traducendo di una Szymborska ragazzina che va al ginnasio e ha pochi più anni di lei e quindi ci vedeva un po’ lei, la sua topoletta, in quella ragazzina che scherza e ride con le amiche e diventa grande giocando e divertendosi. E forse la mail voleva soltanto essere un monito a entrambe, mamma e figlia, che non perdano mai di vista quanto sia importante l’allegria nel crescere. Forse solo quello.

Però poi la letterina ha mantenuto la sua formalità da carta e penna e quindi punto a capo e una bella chiusa in firma di ciao. Mamma.

E uno capace che non ci vede più. Che sprofonda. Così, per due parole messe lì per cortesia, per abitudine formale di scrittura. La stessa che aveva chi non c’è più, chi non c’è più da quasi dieci anni, chi era la sola che per anni chiudeva le mail, le lettere e i biglietti sul tavolo di cucina con quella firma. Con quel ”ciao. Mamma”.

.

LA MEMORIA FINALMENTE

.

La memoria, finalmente, ha quel che cercava.

Ho trovato mia madre, ho intravisto mio padre.

Ho sognato per loro un tavolo. Due sedie. Si sono seduti.

Erano di nuovo miei e di nuovo per me vivevano.

Due lampade di visi in un’ora grigia

brillavano come in un Rembrandt.

.

Adesso soltanto posso raccontare,

in quanti sogni hanno vagato, in quante folle

da sotto le ruote li ho tirati fuori,

in quante agonie per quante mani mi sono scivolati.

Recisi – crescevano storti.

L’assurdità li costringeva alla mascherata.

Che importa che non potevano soffrire al di là di me

se soffrivano in me.

Un’addormentata marmaglia ha sentito come chiamavo mamma

verso qualcosa, che saltellava pigolando su un ramo.

E c’è stata una risata, perché ho un padre con una coccarda sulla testa.

Mi sono svegliata per la vergogna.

.

Eh, e finalmente.

Una certa normale notte,

da un comune venerdì a un sabato,

così all’improvviso mi sono arrivati quelli che volevo.

Sognavano, ma come se dai sogni liberati,

obbedienti solo a se stessi e a nessun altro.

Nella profondità del quadro erano sfumate tutte le possibilità,

al caso era mancata la forma necessaria.

Soltanto loro risplendevano bellissimi, perché simili.

E mi è sembrato che fossero felici, felici e contenti

.

Mi sono svegliata. Ho aperto gli occhi.

Ho toccato il mondo come una cornice scolpita.

.

Wislawa Szymborska ”La Memoria Finalmente”, Sto Pociech, 1967

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