Il Maestro fidicino

Ride sempre, lui. Qualsiasi occasione è buona per esprimersi in una smorfia che faccia ridere lui e noi, noi tutti. Straordinario nel manipolare col pensiero quelle due splendide guance gommose che ha, le storce e quasi le annoda, poi con le mani e con le spalle esprime un altro sentimento di non si sa bene cosa. Gesticola, si stira e si allunga. Cammina per conto suo per casa, si arrampica e poi si ferma davanti allo sportello chiuso del forno, per chiacchierare, cantilenando un’armonia tutta sua in una partitura complessa composta da due consonanti e tre vocali, il suo attuale patrimonio linguistico. È buffo, tremendamente buffo. E quando non lo si guarda e non si ride di lui allora canta, canta a squarciagola. Lui, il Maestro fidicino.

Il piccolo universo di volontà però è capace anche di piangere, di strillare e di non sentire più ragioni. Ultimamente il teatro privilegiato di questo spettacolo è l’asilo. Il sipario si apre alle nove, quando maman lo accompagna. Che durante la strada lo tiene in braccio e gli parla, spiegandogli che adesso non è il caso di piangere, che lui si diverte come un matto coi bambini, che adesso dica ciao, la saluti e vada a divertirsi. Lui, in tutta risposta, fa finta di non esserci, di non essere né in braccio alla mamma, né lì, di non appartenere né a quella conversazione né a quel tragitto e nemmeno, a dirla tutta, a questo mondo. Lei gli parla, ma lui la ignora e guarda per aria. Finché poi, al momento del distacco, spalanca la bocca e si fa venire le labbra viola da quanto piange.

Naturalmente finché lo accompagnava la tata Tina lui correva verso l’asilo, rideva, scherzava e le faceva sì ciao con la manina ancora prima di essere arrivati. Grrr, il Maestro.
.

INTERVISTA A UN BAMBINO

 .

Il Maestro è da poco tra noi.

Per questo sta in agguato da ogni angolo.

Si copre il viso con le mani e guarda da uno spiraglio tra le dita.

Rimane con la fronte al muro e poi si volta all’improvviso.

 .

Il maestro rifiuta con disgusto il pensiero assurdo

che un tavolo perso di vista debba essere un tavolo per sempre,

che una sedia alle sue spalle rimanga nei confini di una sedia

e nemmeno provi ad approfittare dell’occasione.

 .

E’ vero, è difficile sorprendere il mondo ad essere altro.

Il melo torna sotto la finestra in un batter d’occhio.

I passeri iridati scuriscono sempre a proposito.

L’orecchio della brocchina cattura ciascun rumore.

L’armadio notturno finge la passività dell’armadio diurno.

Il cassetto cerca di convincere il Maestro

che in esso c’è soltanto ciò che prima ci è stato messo.

Persino in un libro di favole aperto all’improvviso

la principessa riesce sempre a sedersi nell’immagine.

 .

Sentono in me lo straniero – sospira il Maestro –

non vogliono accettare un estraneo al loro gioco.

 .

Perché tutto quel che esiste

deve esistere in un solo unico modo,

in una orribile situazione, perché senza uscita da se stessa,

senza pausa e cambiamenti? In un dimesso da dove – verso dove?

Una mosca nel tranello di una mosca? Un topo nella trappola di un topo?

Un cane mai liberato da una catena nascosta?

Un fuoco che non può servire ad altro

che a bruciare per la seconda volta il fiducioso dito del Maestro?

E’ questo allora quel mondo giusto e definitivo:

una sparsa ricchezza che non si può raccogliere.

un inutile splendore, una possibilità negata?

No – grida il Maestro e pesta con tutti i piedi

che ha – in una tale enorme disperazione,

che nemmeno un coleottero a sei zampe.

 .

Wislawa Szymborska, ”Intervista col bambino”, Ogni caso, 1972

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