Archivio mensile:febbraio 2013

Dell’iscuola de Berlino

La pargola grande ha fatto l’Anmeldung al Ginnasio Francese. La stessa pargolotta che ha quasi 10 anni e quando si tratta di dubbi linguistici ha la risposta esatta. Lei. La stessa che vorrebbe tanto un telefonino, per dire, lo vorrebbe per giocarci e quindi non lo avrà MAI. Le dice la mamma, una fascista della peggio specie, una fascista russa ferma al 1835 e con una baionetta al posto dello sguardo, ‘na povera matta che cova sentimenti bombaroli per tutto quello che fuoriesce dalla bidimensione dalla carta. Che se solo le dicesse, ma mamma, se io avessi un telefonino quando devi scrivere qualcosa mi potresti chiamare e ti darei una mano. Ecco, glielo comprerebbe subito, un telefono televisore pure, che così vede anche l’impaginazione.  Vabbè. Questa Anmeldung è stata un colloquio con il distintissimo Signor Direttore Tedesco e una caruccissima Signora Insegnante Francese. Due loro e due loro. I due la interrogavano, le chiedevano e lei rispondeva. Le facevano domande più o meno serie, più o meno simpatiche, ma tutte crudelmente domande de nozioni. Cioè, lo sai questo? E questo? Lo sai? Ah, lo sai, eh? La ragazza sedeva e rispondeva. Ascoltava, seguiva e parlava con loro. A un certo punto mammina sua aveva i moccoloni al naso e i goccioloni all’occhi e avrebbe tanto voluto un pulsante di stand by per scoppiare in un pianto dirotto di commozione, che la figliolina sua stava discutendo del significato di una parola che lei nemmeno la sapeva, quella parola lì. Per fortuna la mamma galleggiava ignorata. Meno male.

Meno male e finalmente, pensava la mamma, relegata al posto che ogni mamma dovrebbe sognare per se stessa nella scuola dei suoi figlioli, l’angolo. Perché la mamma rimane la mamma. La mamma fa la mamma. La mamma è la mamma. E lì, santoebenedettoillumedelginnasiofrancese, la mamma non contava nulla. Finalmente.

Molto gentili, molto carini, entri pure, si accomodi, ma insomma stia zitta, rimanga pure seduta accanto alla sua pupetta, che lo vediamo che l’ha accompagnata e magari le ha fatto anche queste belle treccine, no, per carità, le ha fatte la tata Tina io nemmeno so fare quelle, ecco, insomma, le avrà pure comprato ‘sto golfuccio caruccio blu, ecco magari i pantaloni glieli poteva lavare un po’ meglio che sono sudici, ma insomma, il suo lo ha già fatto, ora stia lì e non apra né bocca né altro che a noi interessa la ragazza, non lei.

Questa è la scuola che vorrebbe quella mamma lì. Che è fascista e costringe le figlie a viver lontane dalla modernità degli schermi e del tempo veloce, che la sera le fa ridere e scherzare perché non si guarda la tv perché la tv non c’è ma ci sono loro e c’è anche il fratello piccino che è meglio del migliore topo Gigio. Una mamma che non appena hanno un giorno libero le infila in un museo e del museo sviscerano ogni angolo compresi i bagni e i corridoi e alla fine vanno via, ahimé ben notate da tutti. Quella mamma lì vuole una scuola dove la mamma fa la mamma. E sembra banale, eh? Magari lo fosse. Perché per avere una scuola del genere ci vogliono degli insegnanti che fanno gli insegnanti. Non gli amici o i confidenti. Degli insegnanti che si preoccupano di quello che i ragazzini imparano e non di quanto sono sereni o rilassati. Rilassati? Ma quello sarà un problema dei genitori, no? Insegnanti che insegnano e poi DOPO fanno i corsi di teatro o di pallavvolo e i progetti e le fave e le minchie. Perché la ragazza porta a casa libri orribili e tremebondi, ha un libro di testo che pare scritto dal traduttore automatico di google e non sa raccontare né sa scrivere perché a 10 anni la maestra detta le parole e non i dettati. I dettati? No, sono troppo difficili. Una scuola senza computer! Non lo voglio il computer a scuola, perché il computer è un sistema intuitivo e a 10 anni le quattro cazzate che gli insegnate al computer le impara a casa in cinque minuti, anzi, sapete cosa? Le sa già. Non ha neanche avuto bisogno di impararle, le sapeva già. Li fanno apposta i computer così, sapete? Non c’è bisogno di imparare nulla, si sanno già le cose che servono per usarlo in maniera elementare. Mentre voi a muovere una classe di 30 ragazzini nell’aula dei computer ci mettete mezz’ora e quella doveva essere una mezz’ora di dettato. E invece di farvi fregare da qualche stronzo di rivenditore di computer che vi smercia trenta computer vecchi e inutili potevate comprare trentamila libri vecchi. Che a differenza dei computer sono ancora meglio se son vecchi. Che se un bambino a 10 anni poi non sa scrivere la mamma deve intervenire e poi interviene con tutto il suo fascismo russo, povero bimbo.

Insomma, questo ragazzino ha già una rompicoglioni patentata per mamma che se gli venisse voglia di scappare di casa avrebbe tutta la sua comprensione, ora non gliela imponete come insegnante, vi prego. Oh, ecco, e già che ci siete, allora, insegnategli qualcosa. Ma qualcosa di DIFFICILE, santocielo, le cose facili ci arrivan da sé, sono dei bambini non dei cretini.

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Caro Topolino,

Caro Topolino,

me lo ha chiesto anche ieri la tua maestra preferita, no? ”Toppolìno? Was ist Toppolìno”. No, dico io, è come schatzi, voi lo chiamate schatzi e io lo chiamo topolino, sempre lui è. Ecco. Adesso anche loro ti chiamano Toppolìno, con una p di troppo, ma si sa, l’abbondanza non guasta, soprattutto in affetto. Ecco Topolino, adesso che sei circondato da un affetto che nemmeno un tuorlo nel bianco dell’ovo, ecco, topinz, adesso sarebbe il caso che tu ti dessi una mossa, eh? A fare cosa? Come a fare cosa? Stai per compiere due anni, tra poco andremo in Italia e, nella terra oriunda della mamma tua, nell’abbraccio della Versilia, con la Pania da una parte e il mare dall’altra potrai finalmente liberarti di questa fanciulla abitudine da bebé. Quale? E certo, figuriamoci se qui non si fa finta di non capire. Due anni, è una bella età. Sai, per certe cose è persino l’età giusta. Scenderai in Italia come un giglietto bianco che osserva la calata delle barbare ugrofinniche, verrai portato in braccio e, se dormirai, loro, le barbare, cammineranno in punta di piedi e si faranno silenziose per te. Ché sei nato come la colomba pasquale che vola e rinasce, un colombotto di Pasqua sei. Sarà che voi figlioli siete tutti una resurrezione per me, da cosa non so, da quale morte non ho idea, però insomma squilli di trombe e scampanìi di campane con voi, che vi ho fatti tutti sotto Pasqua, sarà che tanto mi piace la primavera. Però mi piace anche l’inverno, e infatti una di voi è nata d’inverno. E però è vero che anche l’autunno mi piace tanto, dio quanto mi piacciono le foglie marroni e la natura che si spoglia dal calore dell’estate, e vabbè, chi sa che prima o poi non ne verrà fuori un altro d’autunno. Chi lo sa, per adesso speriamo che le cicogne abbiano ben altre destinazioni, speriamo che vadano per esempio a San Sepolcro, vicino Arezzo, a portare tanti bei canini in una certa casa, perché com’è che han chiesto le tue sorelle? ”Mamma, ma perché, una canina ha bisogno di fare sex con un cane per rimanere incinta?” E io ridacchio, e sorrido, perché siete tutti piccini che siete meravigliosi, anche quella là che parla più lingue degli anni che ha, anche lei è deliziosamente piccina, e menomale. ”Be’ tesoro, che pensavi, che una canina rimanesse incinta così? Come un virus? Un raffreddore? Oh, ha preso il raffreddore. Oups è incinta”. Insomma caro il mio adorato Topolino, qui si diventa tutti più grandi, piano piano, è il vantaggio del tempo che passa. Le tue sorelle barbare crescono, ma anche te, sai? E allora che si fa? Tra poco dobbiamo fare le valigie per il viaggio dei tuoi due anni e come le organizziamo queste valigie? Pensa che buffo, all’andata non paghi il biglietto aereo, ma passi come un bagaglio per le ginocchia della mamma tua, che per tutto il viaggio ti guarderà negli occhi e ti ripeterà la sua frase preferita ”dai un bacino alla mamma, un bacino, dai un bacino”, che te fai gli occhietti del bambino scocciato, lo sa, lo fa apposta. E invece al ritorno? Al ritorno avrai un seggiolino tutto tuo. WOW! Dovremo pagarti un bel biglietto aereo (a prezzo pieno, s’intende) e non sarai più un infant, ma un child. E starai seduto come le tue sorelle perché avrai ormai compiuto due anni. Pensa che salto in avanti, un seggiolino tutto tuo. Ecco, allora, li vogliamo lasciare a casa questi pannolini? L’abbiamo imparato a dire caccapipì?

la mamma

ps. ah, e poi ti prego, già che siamo in argomento di aereo, non chiedermi la puppa quando l’aereo decolla, davvero. Non ti avrò più in braccio, non farmi fare la lupa di Roma, non fare il Romoletto alla fontana, ti prego. Te la do dopo, non appena posso staccarti dal seggiolino, promesso. 

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Fisiognomica cinofilo familiare

Varie e variegate sono le razze dell’uomo, pensava maman, in un’attesa di sapore tolstojano, in fila per il kebab. E rideva, dio come se la rideva, insieme alla figliola grande, in quell’ennesimo febbraioso e freddissimo giorno di neve.

E dal loro speciale punto di vista familiare han cominciato a raccontarsela. Per questo ridevano.

Che nella vita ci sono i Dalmati, che sono belli in maniera incondizionata e incolpevole. Camminano con tutta l’eleganza del mondo e persino quando si siedono lo fanno in maniera perfetta, che guardarli è un piacere. Hanno il pelo liscio e luminoso e quelle distratte macchiette a pois sono bellissime. Sono macchie perfette, come se un qualche artista o arredatore di gran classe gliele avesse sparse addosso, così, persino in maniera casuale, come si fa col sale sul pesce. Loro, con questa loro incolpevole bellezza, non possono farci nulla. Qualsiasi cosa facciano la fanno meglio degli altri. Persino se sbagliano un congiuntivo lo fanno in maniera elegante. Sono divertenti in questo loro goffo e naturale essere straordinariamente più belli degli altri. Basta un loro sguardo e tutto si riaggiusta. Sia che si passino la mano nei capelli e sbattano le ciglia, sia che perdano le perle della nonna che ci stavano giocando ed era così divertente lanciarle dal ponte e vedere lo splash nell’acqua, sia che entrino in un negozio e rovescino un pancale di bicchierucci di Lalique, 600 euro l’uno, sia che scompaiano nonostante aveste un appuntamento. Nulla, qualsiasi atto puro o impuro commettano, la loro è l’apoteosi della bellezza. Se anche dovessero peccare di tontarellismo, kein problem, questo passerà sotto i ponti e scivolerà via, perché quel che rimane con un dalmata è lo sguardo semi-inebetito dal divertimento, dallo stupore e dalla meraviglia. I Dalmati.

Golden Retriever. O mannaggia i Golden Retriever, i cani d’oro, i golden. Che per quanto seguano in tutto e per tutto i canoni classici della caninità, son d’oro. Chiari, pelosi e morbidi. Sono amici dei bambini e sono ubbidienti con gli adulti. Adorano correre nei prati, ma poi si stancano e si addormentano, accoccolandosi ai piedi del loro migliore amico. Sono gentili con gli altri, si presentano sempre nel migliore dei modi e possono frequentare qualsiasi ambiente, che sia il fango o il lago o il palazzo o la scuola, ovunque si sentono a loro agio e sono capaci di intonarsi all’armonia che incontrano, ma sanno anche difendersi e difendere e non perdono il ‘la’ nel saper gestire ogni situazione. Così come piace loro giocare, ma sono anche abili e ossequiosi nell’imparare quello che viene loro insegnato. Sono armoniosi nel corpo, nel movimento e sono assolutamente prevedibili nel loro essere perbene. Non manca loro nulla, sono l’amico perfetto, il compagno buono e fedele, il genitore attento e gentile, il figlio educato e composto, accanto a loro non si sfigura mai, perché sono la voce del coro che sostiene gli altri. Sono prevedibili, ma rassicuranti. Ogni tanto disubbidiscono, ma solo per recuperare l’errore e diventare ancora più bravi. Sono i cani della pubblicità, quelli che vanno bene così. Sono i primi della classe, ma quelli simpatici, quelli coi capelli sempre lavati, sempre ben vestiti. Sono le mele che cascano vicine all’albero, ma cadono bene, e non s’ammaccano mai. Possono rischiare di essere anche mortalmente noiosi, ma per evitarlo ogni tanto puntano i piedi, invadono lo spazio degli altri e riescono a rivendicare una loro speciale eppur serena normalità. I Golden Retriever.

I Bulldog francesi? Fantastici i bulldog francesi. Sono così brutti e così piccini che solo a vederli uno si riempie di buon umore. Hanno uno sguardo talmente sproporzionato che con loro diventa subito una questione di dialogo, uno nemmeno li vede che son piccini, che sembrano toporagni o che la caricatura che ne han fatto in Stitch alla fine era geniale. Loro sono subito un gioco, un mascheramento dell’io per la potenziale genialità della relazione, tanto se vogliono salire da qualche parte ce li metti, o se vogliono uscire da qualche pertugio in cui si sono infilati li prendi. Li prendi subito, basta lo chiedano con uno sguardo. Che diventano onnipotenti accanto a due gambe normali. E però sanno essere la riconoscenza assoluta, ti saltano addosso, ti fanno sedere e si fanno guardare e mentre sculettano per conto loro con le loro gambette corte e storte sono la commozione assoluta della miniatura. Le coscette tonde fanno coppia con lo sguardo che se si concentrano molto sembra che gli occhi gli cadano dalla testa come bottoni, e facciano anche flop. Con un Bulldog francese ci si siede e si gioca, oppure poi ci si alza e si gioca, oppure lo si mette a nanna giocando. E se è questione di uscire lui non fa fatiche inutili, lui sta comodamente seduto in braccio, si fa diligentemente avvolgere nella sua copertina e mentre sculetta per bene per trovare la posizione ti guarda anche, che è capace di fare più cose insieme lui, ed è come se ti dicesse ”bravo cì, bravo”. Che lui sa essere riconoscente, soprattutto per quel che riguarda i piaceri della vita. Che va bene che ti fa piacere condividere il letto con me, sembra che dica, però allora perché non mi dai anche il tuo cuscino che è più comodo? Deliziosi sono i Bulldog francesi.

Poi, ossignore, certo, ci sono gli Yorkshire. Che quando li incontri è una fatica. Perché sono incazzati. Perché, non si sa. Che è vero che sono piccini e sono anche piuttosto brutti, oddio a volte son proprio orrendi, che guardarli è una fatica per l’occhi, porelli, ma se solo fossero meno incazzati magari uno una carezza gliela farebbe. Invece no, con loro non c’è carezza possibile, perché lo Yorkshire attacca. Morde, abbaia. Se solo si avvicina lo senti perché c’è tutto uno scaniccìo là sotto, e se anche lo vorresti calmare che no, che non hai intenzione di fargli nulla di male, ma anzi, vorresti persino toccargli la testa, lui sta già lì che cerca di morderti e ti abbaia e urla, e pare che sia convinto di essere un coccodrillo che si mangia tutti da tanta enfasi che mette nell’attaccarti. Inutile tu cerchi di dimostrargli affetto, gentilezza, lui se ne fotte e t’abbaia. Inutile che tu lanci messaggi del corpo di piena apertura, sorrisi, mani aperte, sguardo rilassato, nulla, quello sta laggiù e saltella sulle zampette stecchette e cerca di morderti i polpacci. E se anche dorme, dorme sull’attenti e basta un nonnulla per farlo scattare in piedi e ricominciare ad abbaiare. Che poi se sei troppo cretino a perdere tempo col tuo atteggiamente gandhiano rischi che quello riesca a agguantarti, e allora ti fa anche un male cane, che i dentini saranno pure piccini ma sono affilati che guai e dà certi pizzicotti che, insomma, uno ne faceva volentieri a meno. Faticosissimo lo Yorkshire. Ed è inutile pensare che insomma, che se ne potrebbe stare tranquillo in braccio, magari pure al calduccio a fare un bel sonnetto, potrebbe farsi accarezzare e godere gli sguardi gentili di chi ha intorno. Nein, son tutti pensieri inutili, quello vive in un mondo suo fatto così. E non sa vivere in altro modo. Lo yorkshire vive in attacco, la resa non la conosce. Porello, lo Yorkshire.

I Draathaar sono invece la summa delle summe della perfezione. Inutile fare sconti. Sono bellissimi, perché hanno un bel corpo, sono agili, sono cani da caccia e son capaci di sbranarsi un cinghiale (povero cinghiale) o catturare un’anatra in volo (ciccina, porella). Figuriamoci, per lui un’anatra che vola cos’è? Il Draathaar cammina sull’acqua e vola e salta. Lui l’è un Gesùcristo a quattro zampe. Però sa anche essere un cane che ama il divano, che va bene la natura e la corsa e la caccia, ma insomma stare in casa vicino al camino e mangiare una bella ciotola di roba pronta e farsi fare i crecchi e le carezze sul lettone, ecco, oddio, anche. E poi è spettinato, ha il pelo che è tutto un casino e non sta né a destra né a sinistra, non è né corto né lungo e è sempre fuoriposto. Non si sa nemmeno bene di che colore sia, marrone, castano, nero, non si sa, dipende. Da che? Ma, dal tempo, dall’umore, dal su’ babbo e dalla su’ mamma anche, che i genitori sono sempre importanti, soprattutto è importante se erano due tipi rilassato o ‘ncazzosi. E poi si adatta ovunque, certo, perché è un cane intelligente e quindi asseconda i piaceri dell’altro, però non proprio fino in fondo, insomma, non è mica cretino, e poi non lo sa nemmeno lui cosa davvero sia da preferire e prima di scegliere meglio provarle un po’ tutte e magari via via che le prova se lo chiede anche, appunto, cosa preferire e in questo sta l’intelligenza. Quando appoggia lo sguardo da qualche parte, per esempio, con quel nasone nero bagnato che leccarselo è un piacere e la lingua che si ripulisce è la punteggiatura del discorso, lui si lecca e mette le virgole, poi si rilecca e è perché lì ci sta bene un punto, che con quel pizzetto che gli incornicia il muso che è? E’ una poesia. Perché il pizzo ai cani sta da Dio. Solo ai cani magari, però a loro sta proprio bene, che vien voglia di chiacchierarci con un cane così, perché lui ti sta accanto e di sicuro ti ascolta. E mentre fa tutto questo è pensoso, pensa, ragiona. Il Draathaar.

Perché su Fidicin, ma anche altrove, anche in fila al kebab, la razza, la famiglia, l’è un po’ fatta così, l’è un miscuglio di tante identità, e ciascuno ha uno o più cani dentro e intorno a sé. Poi ci sarebbe da riconoscerli, da conoscerli e da accettarli cercando qua e là di imparare a mescolarli.

Di questo, più o meno, parlavano le due, applicando criteri lombrosiani alla fisiognomica familiare. E sognando un cane, anche, sempre.  

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San Valentino Fidicino

Che van bene i figlioli, ma questo l’era uno spazietto di poesia e quelle sanguisughe agguantano, s’appropriano e invadono ogni spazio, invece via, pussate via, voi, che oggi è san Valentino e se anche la tata Tina s’è sbagliata e ha fatto la torta tonda e non a forma di cuore ”ma maman, non hai una tortiera a forma di cuore” ”ah no? Ma dai, ero sicura ci fosse…’‘ insomma, allegria, si faccia avanti la poesia. E di Auden, che è uno dei più grandi.

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As I Walked Out One Evening, di W.H. Auden

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As I walked out one evening,

Walking down Bristol Street,

The crowds upon the pavement

Were fields of harvest wheat.

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And down by the brimming river

I heard a lover sing

Under an arch of the railway:

‘Love has no ending.

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‘I’ll love you, dear, I’ll love you

Till China and Africa meet,

And the river jumps over the mountain

And the salmon sing in the street,

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‘I’ll love you till the ocean

Is folded and hung up to dry

And the seven stars go squawking

Like geese about the sky.

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‘The years shall run like rabbits,

For in my arms I hold

The Flower of the Ages,

And the first love of the world.’

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But all the clocks in the city

Began to whirr and chime:

‘O let not Time deceive you,

You cannot conquer Time.

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‘In the burrows of the Nightmare

Where Justice naked is,

Time watches from the shadow

And coughs when you would kiss.

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‘In headaches and in worry

Vaguely life leaks away,

And Time will have his fancy

To-morrow or to-day.

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‘Into many a green valley

Drifts the appalling snow;

Time breaks the threaded dances

And the diver’s brilliant bow.

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‘O plunge your hands in water,

Plunge them in up to the wrist;

Stare, stare in the basin

And wonder what you’ve missed.

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‘The glacier knocks in the cupboard,

The desert sighs in the bed,

And the crack in the tea-cup opens

A lane to the land of the dead.

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‘Where the beggars raffle the banknotes

And the Giant is enchanting to Jack,

And the Lily-white Boy is a Roarer,

And Jill goes down on her back.

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‘O look, look in the mirror,

O look in your distress:

Life remains a blessing

Although you cannot bless.

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‘O stand, stand at the window

As the tears scald and start;

You shall love your crooked neighbour

With your crooked heart.’

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It was late, late in the evening,

The lovers they were gone;

The clocks had ceased their chiming,

And the deep river ran on. 

                     November 1937

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Armonie

Mentre la mamma chiudeva il piumino alle ragazze nell’ingresso lui si liberava in un unico vagito di un’unica nota. Al quale accorreva lesta e deliziosa la tata Tina, per far risalire in un abbraccio mattutino dalle coltri piumose quel signorino, quel reuccio, quel piccolo meraviglioso signore di tutte loro, le femmine fidicine.

Le tre dell’ingresso hanno però sospeso i respiri nel sentire l’avvicinarsi del passo di un soldatino piccino che riecheggiava nel corridoio. Ton, ton, bacino dinoccolato e passo sicuro. Era lui, accigliato e imbronciato che avanzava da solo. Lo sguardo fermo e diritto per quanto perso nel vuoto era per lei, la colpevole da redarguire. Si è avvicinato e non appena l’ha scorta le ha alzato l’indice, accusatorio. E con voce grossa, per quanto grossa possa starci in quel metro e poco più, si è espresso:

Mamma! Puppa.

Come dire, come hai avuto il coraggio di osare abbandonarmi in quel lettone spoglio? Vergogna, cattiva. Mi sono svegliato, ho avuto voglia di puppa, la mia puppa, mi sono girato e cosa? Non c’eri. Vergogna, per stare poi a tirar su la cerniera a queste due cinciallegre con le treccine.

Perché lui è così, piccinino e delizioso. E sicuro di sé, tanto sicuro di sé che poi gli basta incrociare lo sguardo con quello delle sorelle ell’è tutto un cambio di note, una strofa nuova d’armonia, si sale di scala e si svolazza in un falsetto di bacini e carezzine e sdolcinate tenerezze. E si ride e si scherza e ci si bacia tutti, che anche oggi la giornata comincia in maniera allegra grazie a uno di loro.

Su fidicin è finalmente bella l’armonia, una settimana di vacanza nevosa ha stravolto emotivamente la mamma perché il ruolo del compositore e del direttore d’orchestra e del regista e del teatro, insomma, come dire, farebbe faticare chiunque, soprattutto tra musei teatri e passeggiate, che questa l’è una mamma rompicoglioni, di quelle che nozioni a gogò, e siamo nel 1835, ma anche nel 2050, e qua e là gira la testa. Che poi per far loro apprezzare le pergamonerie antiche ci vuole un affascinatore di conigli e lei fa del suo meglio, e racconta, racconta finché le carica al punto giusto finché le vede allontanarsi a scodinzolare tra le colonne e le mattonelline blu di Babilonia. La fatica però, eh, la fatica del genitore è un sentimento speciale, è un annientamento del corpo, una catastrofe di forza che manca persino l’energia di pensare, che so, all’aver sete o al doversi sedere, eppure tutto questo sentirsi ko svanisce ed evapora davanti a un loro solo sorriso di quelli veri, di quelli che nemmeno si muove la bocca, ma sono le guance che sorridono, è lo stomaco che lo fa, il corpo, l’è tutto un benessere che s’allarga e si sente, dio se si sente, o a una frase messa bene di quelle che sono il capitolo quindici di un lungo romanzo scritto da voi, o a un gesto di conferma casuale che però dice che sì, che tutta la fatica è stata ben riposta. E allora la mamma ritorna fresca e pimpante.

Poi certo, le vacanze finiscono, ritornano a scuola e diosiabenedetto. Però alla mamma capita poi per caso quasi di non riconoscerle all’uscita di scuola, come se le avesse viste uscire di casa bambine e le ritrovasse poi lì, alle quattro, sempre bambine, per carità, ma molto meno, quasi avessero fatto un blup di crescita tra un’ora di matematica e una di sachkunde. E quando lei glielo dice loro un pochino si vergognano, e non rispondono, però poi si allontanano a piedi e cominciano a ridere, a ridere, a ridere, che la mamma le sfotte e loro ridono e poi si raccontano Invito a cena con delitto, ”Voce viene da vacca su muro” e poi hanno tutti gli occhi pieni di lacrime che anche un pochino si surgelano per il freddo e arrivate a casa incontrano il vicino che preoccupato chiede:

– Che è successo? e lo chiede sinceramente preoccupato

Nulla, perché? rispondono loro ancora più preoccupate

Hai pianto?

Pianto? ma che dice??? E allora lui indica loro che in effetti sì, hanno gli occhi lucidi di lacrime e anche le guance sono un po’ luccicose perché mal stropicciate dalle lacrime ripulite

Ah, le lacrime? No, è la mamma. Ci fa ridere…

L’armonia, l’armonia.

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