Archivio mensile:febbraio 2014

Il Piccolo Grande Zen

Quando i grandi si ammalano l’è un affar grande. Il piccolo grande di casa fidicina ha avuto un terribile virus che lo ha prima aggrappato di notte alla mamma, sul cui seno ha profluso fiumi di vomito e di lacrime, poi la ha aggrappato di giorno alla sua Fata Tata, per poi tornare a staffetta tra le braccia di maman. In un andirivieni di febbre altissima, in un lungo e unico sguardo malinconico abbandonato e terribilmente strappacuore e in ondivaghi e occasionali tornado di rabbia incazzata da piccolo tiranno in carriera quale è. Ma lui è bellissimo, meraviglioso e maman persino se si brucia le labbra se lo bacia ripentendogli il mantra ”diocomeseibello, diocomeseimeraviglioso”. Che uno deve pure investire in psicanalisi, no? Vogliono assicurare un paziente al futuro, i fidicini. Lunghi cavalloni di febbre alta, notti di grida e scene apocalittiche su e giù per il corridoio e un cero acceso a santo Nurofen, sempre sia lodato.

Finché è finalmente arrivato il giorno in cui il Piccolo Grande è uscito di casa per andarsi a conquistare il suo certificato di avvenuta guarigione. Una mattina di quasi primavera in anticipo, i due si sono avviati verso una nuova dottoressa. Per la strada si sono persi, si sono fermati, sono tornati indietro e sono riandati avanti. La mamma aveva scritto male l’indirizzo, ti pareva, troppo impegnata quella a baciarsi il figliolo per trascrivere un numero. Per cercare la pagina della dottoressa nuova maman ha posato per terra il figlio, il quale figlio lei ella mamma lo tiene normalmente in braccio come un campione olimpico tiene in mano la coppa, e con simile sguardo di trionfo se lo bacia – che una volta la gente si rinchiudeva per molto meno. Nel momento del distacco dei due è avvenuta la prima carambolata della mattina, mica la Pimpa col cane Tito, che non siamo a casa di Armando qui, siamo in una capitale piuttosto trash dell’Europa ricca.  I due stanno sul marciapiede quando un temporale vocale li agguanta da lontano: un signore in là con gli anni cammina seminudo urlando a squarciagola frasi incomprensibili, per di più l’urlo lo soffoca, gli gonfia gli occhi e gli dona un colorito tra l’aragosta e la ferrari, ma lui prosegue e il grido si fa sempre più forte, straziato e pericoloso.

Il Piccolo Grande si spaventa, la mamma smarrita non lo aiuta ma forse lo incoraggia con uno sguardo, con due parole sottovoce non preoccuparti, è un signore un po’ mattarello e lui in qualche modo lascia la paura, risale a trofeo sulle braccia di maman e, con la saggezza zen dei suoi non ancora tre anni, lo guarda e mentre quello si allontana si esprime

– Il suo papà era un tato cattivo. Essì.

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Italiana, lei?

Che maman non ce la fa piu’, le casca la stanchezza dalle mani e poi le si riappiccica anche addosso, che quella rimbalza, mica si stacca mai. La stanchezza, non maman. Aumenta, cresce, fa peggio dei debiti, che poi anche loro. E quindi ci sono stati momenti più allegri di questa vita fidicina del 2014. Però si va avanti, dalej dalej, dice la coscienza, e crede in un panta rei che prima o poi farà arrivare il bene come fanno i tartari, che arrivano. Arrivano.

Inoltre, per migliorare le notti insonni, per alleggerire il peso degli antidepressivi da casalinga, alias carboidrati, burro e cacao, per smuovere le acque, il sangue e le lacrime, maman ha rivoluzionato la sua vita con un costosissimo – e in tempo di debiti pare sia la miglior cosa – abbonamento in palestra.

Uno dei primi giorni si presenta, entra sicura nello spogliatoio, si spoglia, infila tutte le sue cosine dentro un armadietto, cerca di dimenticare l’atmosfera da prigione che pian piano la piglia alla gola, non guarda le donne nude che le girano intorno e che chiacchierano e ridono asciugandosi i capelli completamente ignude – e mettiti almeno le mutande che con tutte quelle cicce mi spaventi lo stomaco e poi io sono una ragazzina di provincia, a me la nudità m’è una cosa intima, mica uno può stare pelo al vento e parlare dicché si fa stasera, per lo più in tedesco, madonna, anche voi, sembra di vedere il Duomo che racconta le barzellette all’Opera e poi se ne vanno a passeggio insieme sulla Spree. Maman ce la fa, sa di farcela, basta raggungere la sala Uno e abbandonarsi al Body Art, chell’è una ginnastica bellina, solo che le han dato un nome che nemmeno la Gemaeldegalerie, anche voi. L’armadietto si dovrebbe chiudere con la carta, che ormai le chiavi sono roba vecchia peggio di carta e penna, è tutto magnetico il futuro. Figurati, non c’è più nemmeno la ginnastica, ormai si fa Body Pump, o Body Art, che uno si chiede quanto scarsa sono io? Pump no, non ce la farò mai. Art, forse, sa di museo, di roba antica, va bene per me. Facile, passi la carta e lui si chiude. La carta passa, ma lui non si chiude. No, non c’è verso, non si chiude. Mamam prova e riprova, nulla. E non va bene, comincia a pensare, non va bene che le cose facili diventino difficili, è un principio sbagliato, pericoloso, non va bene. Un armadietto si apre, si chiude, è un armadietto, non è difficile. Prova ancora, prova dall’altra parte. Sistema meglio la roba dentro. Nulla.

Puttanalamadonnatroiacane! dice, infine, in uno splendido endecasillabo che fa sì che l’armadietto immanentimente si chiuda.

Ah, italiana, lei? le chiede in un unico lungo sorriso la vicina.

Quando uno dice ”una figura di merda fatta per bene”, eh? Evvài, andiamo ai’bbodiàrt.

Chissà

Che noi, noi tutti, la prima cosa che dovremmo fare è riconoscere loro la fatica. Fare un passo indietro, come si fa per inquadrare meglio un’immagine nella macchina fotografica che a occhi aperti ci sta tutta, ma poi nel mirino no e allora tocca fare un passo indietro per inquadrare quel che davvero c’è da guardare. Ecco, perché a volte il cuore è di questo che si nutre, di un’inquadratura speciale di cui ha bisogno. Noi tutti, perché ciascuno di noi è o è stato prima di tutto un figlio. Eh, un figlio. Ci sono, fra di noi, quelli che diventano genitori e si trovano dall’altra parte, allora per loro forse diventa più semplice inquadrare, anche se lo fanno in ritardo.

Cominciare la giornata riconoscendo loro la Fatica. Perché quando un genitore c’è è una montagna di fatica che non ce la fa a stare insieme per la stanchezza, è un rischio di valanga che nella maggioranza dei casi, per fortuna, si contiene. E persino contenere la slavina è un atto di fatica. Prima di ciascuna azione dovremmo riconoscergli questa fatica, perdonare loro la stanchezza. Che ci sono i genitori stronzi, certo, ci sono anche quelli matti, quelli che è come se non ci fossero mai stati, ma in quel caso i problemi sono altri e c’è tutto un secolo di psicanalisi che se ne occupa. Anzi, quelli sono le primedonne del pensiero, saranno le Wande Osiris che scendon dalla scala, e stanno lì, a far bella mostra di sé, non è la fatica che gli rallenta le gambe. I genitori stronzi rimangono sotto la luce di un riflettore che li guarda, son vestiti di paillettes e non si fa che parlare di loro. Male magari, ma se ne parla e se ne discute per arrivare a un perdono di cui loro nel migliore dei casi si giovano. Anche di quello, si giovano. Perché quel confine tra valanga e montagna accade quando le cose van bene, quando tutto va bene a noi figli e allora ci permettiamo di dimenticarci la riconoscenza. Come metter lo zucchero nel tè. C’è il tè, c’è lo zucchero, Buono. No, non è buono per nulla, perché prima di tutto Grazie, poi Grazie e poi ancora Grazie. Grazie per il tè, Grazie per lo zucchero e Grazie per il tempo di berlo, che senza quei tre Grazie non vien fuori nemmeno il Buono.

E questo dovremmo fare, come i carcerati che si tatuavano Mamma sul braccio, chissà che nel silenzio di una colpa l’essere umano non si ponga le domande giuste, non faccia ordine dentro di sé. E già li sento quelli pronti a accusare i genitori di esser un casino per colpa loro, bravi, complimenti, il casino è tutto vostro, così come l’ordine, perché persino le colpe e i meriti di quel che accade dentro rimangono dentro.

Cominciassimo tutti dal riconoscere che esser genitore è una fatica ai limiti delle forze. Perché un genitore, quel pover’uomo, convive con un senso del tempo infinito e se non sta attento ci affoga e poi fa glu, sparisce, solo che siccome è sparito dentro se stesso non ha nemmeno il riconoscimento della gente intorno a lui che lo cerca. Lui sta sempre nel mezzo, sta di fianco, sta di lato. Scende dal treno, si presenta in ufficio, sale le scale o entra in un supermercato eppure è scomparso, affogato nella stanchezza. La stanchezza di non sapere quando la sua giornata finisca e quando cominci, che la giornata di un genitore non comincia la mattina al risveglio come quella dei figli, comincia la notte, se uno dei figli lo sveglia. Ma non comincia nemmeno allora, comincia la sera prima a cena, quando deve controllare che tutti abbian mangiato perché non si sveglino perché han fame. Ma nemmeno a cena comincia, perché quella cena deve esser stata messa in tavola, e ci deve essere una tavola e a tavola si devon dire cose divertenti – il genitore deve esser sereno, a tavola ci deve esser posto per tutti – il genitore deve aver creato lo spazio. Comincia facendo la spesa per la cena? No, perché la cena si fa con dei soldi nel portafoglio. Comincia a lavoro quando si lavora per uno stipendio? No, perché al lavoro ci si arriva dopo aver studiato o dopo aver chiuso quella finestra e aver deciso che no, che non è il caso di saltare di sotto. Perché dentro la suola delle scarpe, o tra le dita dei piedi c’è sempre quel dubbio di farcela o meno e a ogni passo lo si schiaccia, lo si sollecita. Per lo più si va avanti, ci si risponde che Sì, ci si fa.

Quando comincia la mia giornata? Quando finisce? Queste son le due domande che un genitore non dovrebbe mai porsi perché fanno l’effetto di una spinta alla schiena davanti a un burrone, e ci si casca. Poi che la spinta, il burrone e il senso del vuoto siano cose tutte interne non importa, perché il male è vero, la paura è vera, anche se sta nella metafora. Che è vero che il tempo è infinito per tutti ed è lughissimo e speriamo non finisca mai, ma sapere che una giornata finisce è un principio di equilibrio. Perché quando poi sta nell’autobus la mattina e vede che la gente intorno a lui, a lui genitore, ha avuto il tempo di guardarsi allo specchio, lui si rende conto che invece no, che invece lui non lo ha fatto e per fortuna che le scarpe non sono spaiate, perché i calzini lo sono di sicuro.

Se poi quel genitore ha in mano il libro di Francesco Piccolo, che è anche un bel libro, ma l’autore non fa che definire la madre ”una donna superficiale” come se non fosse che una frase, anzi, dice che le donne in quel modo gli piacciono, che va bene così. Piccolo brutto stronzo egoista, ma cosa ne sai di cosa voglia dire essere mamma. Vuol dire che sei stato la priorità di questa donna per ciascuno dei suoi giorni e che se è ancora viva e hai la fortuna di poterle telefonare perché da qualche parte è pronta a risponderti lo sei ancora. Sei la sua prima preoccupazione, il suo primo e il suo ultimo pensiero in quel tempo infinito dell’esser genitore e cosa fai? Ti permetti di giudicarla da un suo gesto? Ma invece di ringraziarla, Piccolo gigantesco stronzo che non sei altro. Tutta la vita di una donna riassunta in un giudizio che sa di cianuro. Che il primo pensiero di un genitore è questo e è un pensiero di rabbia, perché persino la riconoscenza va insegnata loro, che nessuno nasce e dice Grazie. E un genitore stanco, che il genitore è sempre stanco, reagisce con rabbia in quel lì per lì in cui osserva una distrazione, finché non arriva l’ennesima diga che gli scoppia dentro e anche se sta sull’autobus ci sprofonda e comincia a piangere. In lacrime e con i calzini spaiati. Per questo certi libri non si pubblicano, cara Einaudi, certe cose non si scrivono, pure lei, cara signora Casa Editrice avrà avuto una mamma. E crede che la sua mamma avrebbe avuto piacere di esser definita dal figlio ”una mamma superficiale”? E la fatica, la stanchezza? In quella sua profondissima quiete di figlio profondo che fa, la riconosce? Uno per la stanchezza capita che esca di macchina, chiuda lo sportello e che non senta l’auto che arriva, o che non la veda, o che si sia dimenticato di esser per strada perché non ce la fa più e poi quella macchina che lui non sapeva nemmeno che ci fosse lo prende, gli rompe un braccio, una gamba, capita che gli faccia male e allora che cosa fa, il profondissimo figlio scrittore? Vorrà delegare il genitore a un incapace? Uno che neanche sa scender di macchina? E cosa farà? Lo infilerà in un libro in cui parla di sé senza avere un granché da dire, senza che quel che lui pensa sia condivisibile da nessuno che vive al di là del suo villaggio e allora giocherà il colpo dell’ironia parlando male di un genitore. Bravo, complimenti. Se la fatica di esser madre si potesse quantificare in fogli di carta allora con un giudizio del genere li si brucerebbe tutti, un bel Fahrenheit di cinque minuti. Un falò. Chiuso per cessata attività. Lei, come mamma, ha fallito, per superficialità.

Complimenti caro Piccolo, e grazie. Lei in una sola frase ha datto vita a tutti i mostri della paura, questo fanno gli scrittori, per questo si legge, per pescare le rane marcite dentro di noi, per condividere degli argomenti su cui indagare. In quel che lei dice c’è il terrore numero due di ciascun genitore. Il numero uno è la nostra salute, la nostra vita, perché la regola dell’esser genitore è non sopravvivere ai figli, mai. Il numero due è il senso di tutta questa fatica e il suo giudizio di figlio fa da detonatore a tutto un domino di paure. Perché il senso di colpa sta in agguato come un gufo sulla spalla, tiene gli artigli ben piantati tra le clavicole. E ciascuno di quei terremoti che gli erano scoppiati dentro prima di un Sì o un No gli ritorna a galla e ci affoga.

Quel gufo sulle spalle della responsabilità è la fatica più grande, fa sì che ogni qualsiasi nostro minimo gesto non valga mai, per loro, in un tempo finito. Mai, ciascuno di quei loro piccoli gesti, allacciarci una giacca, risponderci Sì o No, dare indicazioni per telefono o chiudere una porta. Ci inchinassimo di fronte alla diga che si schiude ogni volta dentro di loro, ogni volta che ci hanno risposto Sì o No. Un monosillabo che dura il tempo di un secondo, eppure dietro quel secondo c’è una diga che si schiude dentro di loro e noi che ne sappiamo, noi egoisti, noi tutti gonfi del nostro mondo vediamo solo quello e stiamo lì in attesa di quel sì, il sì che ci sembra la sola giusta risposta e abbiamo pure il coraggio di alzare le spalle se non lo otteniamo. Noi siamo animali storti, piegati dal peso del non capire, camminiamo tutti tronfi, convinti di procedere impettiti e invece di farci stringere il cuore dal bivio a cui li poniamo ci permettiamo persino un giudizio, quando non la disobbedienza.

Ecco, cominciassimo invece dal riconoscere loro la stanchezza, parlassimo con un tono più basso, stessimo zitti, ascoltassimo. Chissà.

 

 

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