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Dell’iscuola de Berlino

La pargola grande ha fatto l’Anmeldung al Ginnasio Francese. La stessa pargolotta che ha quasi 10 anni e quando si tratta di dubbi linguistici ha la risposta esatta. Lei. La stessa che vorrebbe tanto un telefonino, per dire, lo vorrebbe per giocarci e quindi non lo avrà MAI. Le dice la mamma, una fascista della peggio specie, una fascista russa ferma al 1835 e con una baionetta al posto dello sguardo, ‘na povera matta che cova sentimenti bombaroli per tutto quello che fuoriesce dalla bidimensione dalla carta. Che se solo le dicesse, ma mamma, se io avessi un telefonino quando devi scrivere qualcosa mi potresti chiamare e ti darei una mano. Ecco, glielo comprerebbe subito, un telefono televisore pure, che così vede anche l’impaginazione.  Vabbè. Questa Anmeldung è stata un colloquio con il distintissimo Signor Direttore Tedesco e una caruccissima Signora Insegnante Francese. Due loro e due loro. I due la interrogavano, le chiedevano e lei rispondeva. Le facevano domande più o meno serie, più o meno simpatiche, ma tutte crudelmente domande de nozioni. Cioè, lo sai questo? E questo? Lo sai? Ah, lo sai, eh? La ragazza sedeva e rispondeva. Ascoltava, seguiva e parlava con loro. A un certo punto mammina sua aveva i moccoloni al naso e i goccioloni all’occhi e avrebbe tanto voluto un pulsante di stand by per scoppiare in un pianto dirotto di commozione, che la figliolina sua stava discutendo del significato di una parola che lei nemmeno la sapeva, quella parola lì. Per fortuna la mamma galleggiava ignorata. Meno male.

Meno male e finalmente, pensava la mamma, relegata al posto che ogni mamma dovrebbe sognare per se stessa nella scuola dei suoi figlioli, l’angolo. Perché la mamma rimane la mamma. La mamma fa la mamma. La mamma è la mamma. E lì, santoebenedettoillumedelginnasiofrancese, la mamma non contava nulla. Finalmente.

Molto gentili, molto carini, entri pure, si accomodi, ma insomma stia zitta, rimanga pure seduta accanto alla sua pupetta, che lo vediamo che l’ha accompagnata e magari le ha fatto anche queste belle treccine, no, per carità, le ha fatte la tata Tina io nemmeno so fare quelle, ecco, insomma, le avrà pure comprato ‘sto golfuccio caruccio blu, ecco magari i pantaloni glieli poteva lavare un po’ meglio che sono sudici, ma insomma, il suo lo ha già fatto, ora stia lì e non apra né bocca né altro che a noi interessa la ragazza, non lei.

Questa è la scuola che vorrebbe quella mamma lì. Che è fascista e costringe le figlie a viver lontane dalla modernità degli schermi e del tempo veloce, che la sera le fa ridere e scherzare perché non si guarda la tv perché la tv non c’è ma ci sono loro e c’è anche il fratello piccino che è meglio del migliore topo Gigio. Una mamma che non appena hanno un giorno libero le infila in un museo e del museo sviscerano ogni angolo compresi i bagni e i corridoi e alla fine vanno via, ahimé ben notate da tutti. Quella mamma lì vuole una scuola dove la mamma fa la mamma. E sembra banale, eh? Magari lo fosse. Perché per avere una scuola del genere ci vogliono degli insegnanti che fanno gli insegnanti. Non gli amici o i confidenti. Degli insegnanti che si preoccupano di quello che i ragazzini imparano e non di quanto sono sereni o rilassati. Rilassati? Ma quello sarà un problema dei genitori, no? Insegnanti che insegnano e poi DOPO fanno i corsi di teatro o di pallavvolo e i progetti e le fave e le minchie. Perché la ragazza porta a casa libri orribili e tremebondi, ha un libro di testo che pare scritto dal traduttore automatico di google e non sa raccontare né sa scrivere perché a 10 anni la maestra detta le parole e non i dettati. I dettati? No, sono troppo difficili. Una scuola senza computer! Non lo voglio il computer a scuola, perché il computer è un sistema intuitivo e a 10 anni le quattro cazzate che gli insegnate al computer le impara a casa in cinque minuti, anzi, sapete cosa? Le sa già. Non ha neanche avuto bisogno di impararle, le sapeva già. Li fanno apposta i computer così, sapete? Non c’è bisogno di imparare nulla, si sanno già le cose che servono per usarlo in maniera elementare. Mentre voi a muovere una classe di 30 ragazzini nell’aula dei computer ci mettete mezz’ora e quella doveva essere una mezz’ora di dettato. E invece di farvi fregare da qualche stronzo di rivenditore di computer che vi smercia trenta computer vecchi e inutili potevate comprare trentamila libri vecchi. Che a differenza dei computer sono ancora meglio se son vecchi. Che se un bambino a 10 anni poi non sa scrivere la mamma deve intervenire e poi interviene con tutto il suo fascismo russo, povero bimbo.

Insomma, questo ragazzino ha già una rompicoglioni patentata per mamma che se gli venisse voglia di scappare di casa avrebbe tutta la sua comprensione, ora non gliela imponete come insegnante, vi prego. Oh, ecco, e già che ci siete, allora, insegnategli qualcosa. Ma qualcosa di DIFFICILE, santocielo, le cose facili ci arrivan da sé, sono dei bambini non dei cretini.

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