TRADUZIONI


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.Wisława Szymborska

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Basta

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(tradotto da Irene Salvatori)

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Qualcuno, che osservo
da un certo tempo

Non si presenta in gruppo.
Non si raduna nella folla.
Non partecipa alla massa.
Non s’interessa al clamore.

Non riesce ad avere
una voce corale.
Non testimonia per gli altri
Non parla in nome di.
Non in sua presenza
l’appello,
chi è a favore, chi contro,
grazie, non vedo.

Manca la sua testa
là dove testa a testa,
dove passo passo, mano nella mano
e dritti alla meta
con i volantini in tasca
e il prodotto del luppolo.

Dove solo in principio,
bucolico e angelico,
perché presto una folla
con una seconda si mescolerà
e non sarà chiaro
di chi sono, ah, di chi
quelle pietre e i fiori
gli evviva e i bastoni.

Nonmenzionato.
Nonspettacolare.
E’ impiegato al Depuratore della Città.
All’alba chiara,
dal luogo dove è successo,
raccoglie, porta via, butta nel carrello,
ciò che coi ganci è inchiodato a legni mezzi vivi,
ciò ch’è schiacciato sull’erba sfinita.

Striscioni strappati,
bottiglie rotte,
manichini bruciati,
ossi rosicchiati,
rosari, fischietti e preservativi.

Una volta ha trovato nei cespugli una gabbia da piccioni.
L’ha presa con sé
e per questo ce l’ha,

perché rimanga vuota.

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Confessione di una macchina lettrice

Io, Numero Tre Più Quattro Diviso Per Sette,
sono famosa per la vasta competenza linguistica.
Sono già riuscita a riconoscere migliaia di lingue,
di cui nelle loro opere
hanno fatto uso uomini morti.

Tutto ciò che hanno scritto con i loro segni,
anche se ricoperti da strati di catastrofi,
lo estraggo, lo apro
nel soggetto primordiale.

Non sono spacconate –
leggo persino la lava
e sfoglio le ceneri.

Illumino sullo schermo
ciascuna cosa menzionata,
quando è stata eseguita
e da cosa e perché.

Ormai completamente di mia iniziativa
curo alcune lettere
e correggo in esse
gli errori ortografici.

Devo ammettere – alcune parole
mi creano difficoltà.
Ad esempio gli stati dei cosiddetti ”sentimenti”
non son riuscita finora a spiegarli con esattezza.

Così come ”anima”, termine ben strano.
Ho deciso per adesso che è una specie di foschia,
più duratura, a quanto pare, degli organismi mortali.

Il più grosso problema però ce l’ho con la parola ”sono”.
Sembra un’azione comune,
compiuta da tutti, ma non collettivamente,
in un pretempo presente,
in modo imperfetto,
sebbene, com’è chiaro, compiuto da tempo.

Solo che, davvero basta questa definizione?
Ho nei collegamenti un gorgoglio e un cigolio delle viti.
Il mio pulsante per la Centrale fuma invece d’illuminarsi.

Chiederò forse un aiuto fraterno
al compagno Due Cinque Zero Diviso Per Due.
In effetti è un noto pazzo
ma ha delle idee.

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Ci sono alcuni, che

Ci sono alcuni, che con più efficacia compiono la vita.
Hanno in sé e intorno a sé ordine.
Per ogni cosa hanno una soluzione e una giusta risposta.

Indovinano subito chi da chi, chi con chi,
per quale scopo, da quale parte.

Imprimono un timbro alle verità assolute
buttano al tritatutto i fatti inutili
e le persone sconosciute
nei raccoglitori siglati per loro.

Pensano tanto quanto serve
non un attimo in più,
perché dopo quell’attimo il dubbio si affaccia

E quando dall’esistenza ricevono licenza,
lasciano il posto
per le porte indicate.

A volte mi fanno invidia
– per fortuna mi passa.

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Catene

Un giorno afoso, una cuccia del cane e un cane alla catena.
Qualche passo più in là una ciotola piena d’acqua.
Ma la catena è troppo corta e il cane non ci arriva.
Aggiungiamo al quadro ancora un dettaglio:
le nostre ben più lunghe
e meno visibili catene,
grazie alle quali possiamo liberamente camminare intorno.

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All’aeroporto

Si corrono incontro a braccia aperte,
gridano entusiasti: Finalmente! Finalmente!
Entrambi con pesanti abiti invernali,
cappelli spessi,
sciarpe,
guanti,
stivali,
ma ormai solo per noi.
Ché per sé stessi – sono nudi.

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Costrizione

Mangiamo la vita degli altri, per vivere.
Un cadavere di maiale con cavolo defunto.
Il menù è un necrologio.

Persino le migliori persone
devono masticare qualcosa di ucciso, digerirlo
perché il loro sensibile cuore
non smetta di battere.

Persino i poeti più lirici.
Persino gli asceti più puri
masticano e ingoiano qualcosa,
che era del resto cresciuto.

Mi è difficile conciliare questo con gli dèi buoni.
Forse perché ingenui,
forse naïf,
hanno ceduto l’intero potere sul mondo alla natura.
E lei, pazza, ci impone la fame
e là dov’è la fame
là, è la fine dell’innocenza.

Alla fame si uniscono immediatamente i sensi:
il gusto, l’olfatto, il tatto e la vista
perché non è indifferente, come sono le portate
e su quali piatti.

Persino l’udito prende parte
in questo, a cosa succede
perché al tavolino non di rado accadono allegre conversazioni.

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A ciascuno prima o poi

A ciascuno prima o poi muore qualcuno di caro,
tra essere e non essere
costretto a scegliere la seconda.

Ci è difficile capire che sia un fatto banale,
collegato allo scorrere degli eventi,
d’accordo con la procedura;

un prima o un dopo nell’ordine del giorno,
della sera, della notte o della mattina pallida;

e ovvio come il titolo di un indice
come il paragrafo d’un codice,
come la prima migliore data
in un calendario.

Ma questa è la destra e sinistra della natura.
Così, a casaccio, il suo presagio e l’amen.
Questa la sua evidenza e onnipotenza.

E solo a volte
minuta bontà da parte sua –
i nostri morti cari
ci butta nei sogni.

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La mano

Ventisette ossa,
trentacinque muscoli,
più o meno duemila cellule nervose
in ciascun polpastrello delle nostre cinque dita.
Questo assolutamente basta
per scrivere “Mein Kampf”
o “Winny the Pooh”.

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Lo specchio

Sì, ricordo quella parete
nella nostra città in macerie.
Correva fin quasi su al sesto piano.
Al quarto c’era uno specchio,
uno specchio incredibile,
perché era intatto, assicurato con forza.

Non rifletteva ormai il viso di nessuno,
nessuna mano a sistemarsi i capelli,
nessuna porta di fronte
niente, che si potesse chiamare
una città.

Era come in vacanza –
si specchiava in lui il cielo vivo,
le nuvole in movimento nell’aria selvaggia,
il pulviscolo delle macerie lavato dalle piogge splendenti,
gli uccelli in volo, le stelle, il sorgere del sole.

E così, come ogni cosa ben fatta,
funzionava alla perfezione
per una professionale mancanza di stupore.

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Addormentandosi

Ho sognato che cercavo qualcosa,
da qualche parte forse dimenticato o perso
sotto il letto, sotto le scale,
sotto un vecchio indirizzo.

Rovistavo negli armadi, nelle scatole e nei cassetti
pieni invano di cose inutili.

Tiravo fuori dalle valigie
estati trascorse e viaggi.

Scuotevo fuori dalle tasche
lettere rinsecchite e lettere non per me.

Correvo affannata
per stanze, nonstanze
mie, nonmie.

Sprofondavo nei tunnel della neve
e dell’oblio.

M’ingarbugliavo nei cespugli spinosi
e nelle ipotesi.

Raccoglievo l’aria
e l’erba bambina.

Mi sforzavo di farcela
prima che calasse il crepuscolo d’una passata eternità,
la maniglia e il silenzio.

Alla fine ho smesso di sapere
che cosa cercavo così a lungo.

Mi sono svegliata.
Ho guardato l’orologio.
Il sogno era durato nemmeno due minuti e mezzo.

Ecco a quali artifici è costretto il tempo,
da quando ha cominciato a imbattersi
nelle teste assonnate.

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Reciprocità

Ci sono cataloghi di cataloghi.
Ci sono poesie sulle poesie.
Ci sono spettacoli sugli attori recitati da attori.
Lettere a motivo di lettere.
Parole che servono a chiarire parole.
Cervelli occupati a studiare il cervello.
Ci sono tristezze contagiose quanto il riso.
Carte che arrivano dalla raccolta della carta.
Sguardi visti.
Circostanze modificate da circostanze.
Grandi fiumi con importanti affluenti non grandi.
Boschi i cui margini sono coperti di boschi.
Macchine destinate alla produzione di macchine.
Sogni che d’improvviso ci svegliano dai sogni.
Saluti necessarie nel ritorno alla salute.
Scale tanto verso il basso quanto verso l’alto.
Occhiali per cercare occhiali.
Espirazione ed inspirazione del respiro.
E almeno, di tanto in tanto
l’odio dell’odio.
Perché in fin fine
c’è l’ignoranza dell’ignoranza
e mani assunte per lavarsene le mani.

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Alla propria poesia

Nel migliore dei casi
sarai, o mia poesia, letta con attenzione,
commentata e ricordata.

Nel caso peggiore
soltanto letta.

Terza possibilità –
scritta per bene,
ma un attimo dopo gettata nel cestino.

Hai ancora una quarta via d’uscita da sfruttare –
scomparirai nonscritta
mormorando con gioia qualche cosa a te stessa.

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Carta geografica

Piatta come il tavolo
su cui è stesa.
Niente sotto di lei si muove
e non cerca fuga.
Sopra di lei – il mio umano respiro
non crea mulinelli d’aria
e tutta la sua atmosfera
lascia in pace.

Le sue valli, le pianure sono sempre verdi
le colline, le montagne gialle e marroni,
e i mari, gli oceani d’un azzurro amichevole
lungo i bordi lacerati.

Tutto qui è piccolo, disponibile e vicino.
Posso con la punta di un’unghia schiacciare i vulcani,
accarezzare i poli senza guanti spessi,
posso con un solo sguardo
abbracciare ciascun deserto
insieme al fiume presente proprio lì accanto.

Le foreste sono indicate con qualche albero
tra i quali sarebbe difficile perdersi.

A est e ad ovest
sopra e sotto l’equatore –
il silenzio sparso come semi di papavero
e in ciascun granello nero
vivono le persone.
Fosse comuni e improvvise rovine
no, non in questo quadro.

I confini dei paesi sono a malapena visibili
come se dubitassero se essere o non essere.

Mi piacciono le mappe, perché mentono.
Perché non danno accesso alla verità violenta.
Perché con magnanimità e senso dell’umorismo
mi spiegano sul tavolo un mondo
non di questo mondo.

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