Archivio mensile:maggio 2013

Buon compleanno

Compierne 35 quest’anno è stato come rientrare a casa dopo una spesa durata tutto questo periodo. Tornare a casa coi sacchetti pieni e svuotarli sul tavolo. Come si fa solitamente con la spesa, che si mette tutto sul tavolo e poi pian piano quel che va in frigorifero scompare da lì sopra, la verdura si sistema con la frutta a centro tavola e quel che va nella dispensa viene messo via, quel che si cucina subito si mette sulla stufa e le patatine, già, se ci sono delle patatine si aprono e si mangiano in piedi, sistemando. Ordine. Quell’ordine che ciascuno considera il proprio margine di equilibrio e che è il terreno su cui si appoggia, con lo sguardo, con il cuore, con tutto se stesso. Per fare ordine si prende in mano quel che crea disordine e lo si ricolloca, lo si sposta, spesso lo si butta via.

Quest’anno sei rientrata a casa e hai guardato quel che avevi raccolto, quel che avevi. Lo hai portato su per le scale, lo hai appoggiato in terra cercando le chiavi e hai aspettato un momento in cui in casa non c’era nessuno per rovesciare tutto, per guardarlo. Che non era una spesa ben fatta lo avrebbe visto chiunque, si vedeva a colpo d’occhio che era un disequilibrio evidente, una specie di casino. Non era una spesa fatta bene, non era terribile, non c’era nulla di pericoloso, non c’erano debiti né scocciature, ma non era una spesa fatta bene. C’erano troppe mele, davvero troppe, e che ci fai con tutte queste mele? Nemmeno stanno sul tavolo che rotolano da tutte le parti. E allora viene in soccorso l’esperienza, perché in 35 anni non hai soltanto accumulato oggetti, ma hai anche imparato a fare tante cose, ci sono stati periodi in cui alle persone vicine scappava il nesso di una tua deviazione, ma seguivi un istinto che era giusto e infatti dopo ti è ritornato utile quell’aver deviato per imparare qualcosa, per capire qualcos’altro, spesso era il cervello, che è una macchina complessa, è capace di correre velocissimo come di piantarsi nel traffico e creare un ingorgo o inchiodare sull’autostrada e spaventarti a morte, lo devi conoscer bene, è un meccanismo che nemmeno si vede, non si tocca, eppure è onnipresente, pure a sbucciare una mela è lui che ti aiuta, che fosse per te sceglieresti il coltello sbagliato, persino. Adesso tutte quelle mele si possono dividere, sai come farlo, sai perché farlo, alcune le preparerai su un piatto per mangiarle così, altre si possono cuocere, con altre ancora si fa un kompot, alcune le si regala al vicino che è così gentile, altre si mettono sul tavolo e magari si cuociono domani. Le mele non sono un problema, forse per quello ne hai raccolte così tante. Però i pomodori, i pomodori si sciupano più in fretta e per fare una buona pomarola servono anche gli odori, ci sono gli odori? Ecco, chissà se hai preso dei buoni odori, chissà se mentre facevi questa spesa eri distratta o se invece sapevi che una volta a casa avresti fatto la pomarola. Prevedere, pensare al futuro, seminare, aspettare. E a cercare gli odori troverai altre cose, cose utili come la carta igienica, buone come una bottiglia di vino, ma una sola?, il sale, il caffè, cose inutili come le quantità eccessive di sapori forti, o inutili come una sola fragola. Perché hai preso una sola fragola? E poi siediti, siediti al tavolo di casa tua, ora che puoi stare in silenzio, prendi quella sola fragola in mano e cerca di ricordare da dove venga quella fragola, quella sola unica fragola. E di’ che no, che non hai idea da dove venga; ma dittelo con leggerezza, perché sono così tante e così frequenti le cose che non capisci di te stessa che ci vuole un cancello aperto sui dubbi per poter convivere con tutte le parti di te e lasciar loro il tempo di fiorire, o di appassire.

Vabbè, buon compleanno.

 

 

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Sulla festa della mamma oppure, e piuttosto, sulla nascita di una colorita espressione

Cara maman,

oggi è la festa della mamma, in generale, ma parlo con te perché so bene, me lo ricordo sai, so che tra poco sarà anche il tuo compleanno quindi per te è una festa doppia, e vorrei augurarti che sia davvero una gran bella settimana. Ricca e piena di maternità. Ecco, è per questo che ti scrivo. Mi ricordo, sai, di quanto la tua mamma voleva che dentro quella sua grande pancia ci fosse una femmina, di come lo sperava anche se faceva finta di esser sicura che così fosse. E poi era così felice quando le han detto che sì, che eri proprio una femmina. Pensare che quello era persino il giorno della festa della mamma, perché la tua mamma era un po’ come te, una che sceglie le strade più complicate, che mette un gran casino di cose al fuoco, ma quando poi i risultati vi tornano son sempre grosse emozioni, una mia amica di Palermo direbbe ”belle cose, belle cose’. Proprio belle cose, sì. Essì. E quindi sei nata per la festa della mamma e sei stata il suo regalo. Ecco, so anche che poi lei, a un certo punto, un po’ prestino in effetti, lei con quel regalo non ci ha più fatto granché, perché è morta. E proprio quando anche te stavi per diventare mamma. E vabbe’, avrai imparato ormai a non soffrirne, no? No, eh? Ma dai, sappi che non lo ha fatto perché eri una roba rotta che non funzionava più, no, non è per questo che ti ha lasciato da qualche parte, che si è dimenticata di come ridevate insieme da farvi venire le lacrime e poi correvate in bagno a fare la pipì che rischiavate di farvela addosso, poi il bagno era sempre uno solo e te arrivavi prima, litigavate e lei ti diceva ”madonna, che carogna che sei, a una vecchia mamma”. Vecchia, le mamme queste cose le dicono un po’ così, che lei vecchia proprio non era, avrà avuto sì e no 40 anni. Devi perdonarci, noi quassù abbiamo un sacco di casini da risolvere e capita che se uno sta troppo zitto, se uno non si lamenta abbastanza, ecco, noi ce lo dimentichiamo. Siamo distratti anche noi e siamo pochi, l’è un’azienducola di famiglia e quello lassù è un despota che tocca sempre ascoltarlo, tu sapessi che fatica che fo. Però ti guardo, e ho visto che per te esser diventata mamma è stato complicato proprio perché avevi bisogno di colmare quel buco. Non ne hai fatta passare nemmeno una di feste della mamma, nemmeno una. Avevi paura di piangere, di stare male, di prendere un mitra e fare una strage di figliole sorridenti coi pacchetti in mano? Avevi paura di comprarle un vestito a pois, poi farlo a pezzi coi denti e masticarlo? E allora ti sei fatta festeggiare, che in quella prima festa della mamma senza la tua mamma la mamma eri già diventata te. Complicato, persino da raccontare. E quindi lo sei proprio voluta diventare nonostante ci fosse dentro di te quella gran paura di piangere, ma te sei una testona e le paure le affronti di petto, no? Magari a occhi chiusi, ecco. Però le paure rimangono anche più salde quando non si guardano, sai? Lo vedo che sei sempre lì a leggere di queste cose, e la Hope Edelman, brava lei, eh? Anche a me piace tanto, che io pure sono una mamma senza mamma, eh? E pure io sono stata una figlia senza mamma. E poi Alina Marazzi anche ti piace tanto? Bravissima, hai ragione. So anche che quando vedi una mamma che sta male, una mamma di quelle che la vita se la tolgono perché si sentono sole, sole e basta, ecco, lo vedo che ti commuove tanto. Lo so che hai paura del suicidio. Perché è vero, ci sono dei momenti di buio in cui i figlioli non bastano, credevamo, ma invece non funziona. Però tu sei brava a esser con loro, sei stata brava a ascoltarli, a accoglierli e a venir dopo alle loro esigenze, che questo fa una mamma, una mamma viene dopo, sempre. E ti vedo che sei capace di esser felice, brava. 

Quindi va tutto bene, carina, va tutto bene e puoi andare avanti. Il regalo è per te come mamma, ma anche per loro che sono i tuoi tre pargoli, perché vi sentiate uniti e simili. Perché la sorte, per una mamma, è sempre comune a quella dei suoi figlioli.

Buona festa,

M.

ps. Non per eccedere in autoreferenza, ma guarda me, guarda che lavoro mi tocca fare per aver avuto un figliolo come ho avuto io.

 

– No! Topi è pieno di pidocchi! E adesso arrivano le bimbe e si riempiranno anche loro. E io? Con questa cofana di capelli? Puttana la Madonna troia! 

Ja

In questo weekend in cui la sorella grande canta coll’amichette sua loro quattro sono rimasti insieme. Loro quattro, ossia la sorella piccola, il fratello topino e il cane principesco Morfeo, più la mamma, poveri loro. Capita che si rincorrano, che scherzino e che si facciano gli agguati. La sorella piccola e anche scimmia gioca a acchiappino con la mamma, e ride, perché la mamma non l’acchiappa. Solo se le fa le facce buffe e la fa ridere, allora, nel suo metro di elastica e ghepardesca velocità lei si distrae, ride, e la mamma la sopraffà.
Soprattutto i due fratelli si fanno i dispetti e lei, che è più grande, fa arrabbiare lui, che è topino e piccino. Di fronte al principe del labbrino arrabbiato, la mamma non resiste e interviene col mantello di Zorro.
Che faccio? La picchio? Chiede al Principin de’ Topis
Ja. Risponde lui, serio come rispondeva Serse von Ribbentropp in guerra, all’ufficiale di comando.
E le due si rincorrono, e ridono, e poi si prendono e giù a farsi il solletico finché una non implora pietà all’altra.
Finché, non appena ripreso il fiato, la giovincella bionda si rialza e un po’ affannata dice la sua,
Oh, mamma, mai una volta che dica ‘nein’, eh?
E il cane? Il cane dorme.

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La Lacoste e il tempo lungo

Capita loro di stare insieme, capita loro ben di rado purtroppo, perché in questo caos fidicino c’è sempre un dialogo che rischia l’isteria perché a più voci. Ma, quando capita, loro due colgono l’attimo e non fanno in tempo a stupirsi di quella sospensione della normalità che è già un profluire a valanga di cose che avevano da dirsi. E poi quello era un giorno speciale, un giorno di maturità, perché era appena arrivata una lettera importante dove le confermavano che era stata presa al liceo francese, ullallà. La bambina conta già tre lingue al suo vocabolario decenne e quindi perché non fare il salto alla quarta e al liceo. Un salto nel tempio laico, anche se vagamente eletto, dei contenuti e delle nozioni, così pure la sua mamma è contenta e la smette di inveire contro le maestre che le insegnano le canzonette del cazzo di Sanremo e fan far loro i progetti e i cartelloni, invece di abituarli ora, ora che son piccini e che per questo è il tempo di farlo, al tempo lento dello studio per apprendere, per trasferire i contenuti dai libri a sé stesse e incontrare il piacere di imparare le cose, finalmente una scuola dove ci si preoccupa di insegnare e non di divertire, e c’è pure un esame di ammissione gentile, simpatico, ma insomma difficilissimo, e lei è stata presa, urrà.

Si sono trovate sole all’improvviso, non si erano nemmeno rese conto che avrebbero avuto quell’ora tutta per loro, non avevano nemmeno fatto in tempo a programmare uno straccio di canovaccio di argomenti, di litigi, che so, di cose da chiarire. Nulla. Che qui siamo sempre di corsa, e la scuola, e la valigia e il cellulare, e il caricabatterie, dov’è il caricabatterie? Non lo so, ce l’avevi te. No, io te l’ho dato a te. Non è vero. E vabbè, non si trova, né si troverà, almeno finché serve, che questo è il triste destino degli oggetti utili in una casa di distratti. E pace, andrà in gita con il suo coro di ragazzette che cantano canzoni meravigliose – mica quelle cacate che ti fanno fare a scuola, mamma… e la guarda facendole capire che la smetta, sì, che per favore la smetta, perché lei ai suoi insegnanti, per quanto incapaci, lei gli vuole bene, piccinina e li difende dalla mamma ipercritica insopportabile – senza telefono, che si diverta senza stare a rispondere a noi che le si rompe solo le scatole.

– Mamma, ho bisogno di magliette.

– Ah, e… che, ora? Parte l’autobus alle cinque, proprio ora ti servono?

– No, dai, mamma, non ora, così, dico in generale. Che sembra sempre che la mamma cada dalle nuvole e lei le risponde quasi sempre con grande affetto e con pazienza, quasi la riagguantasse un attimo prima di cadere davvero.

– Ah. Riagguantata. in effetti è vero, non ti sta più nulla.

– Eh.

– E va bene, quando torni si va a comprare una bella Lacoste! Che dici? Che la mamma adora le Lacoste, sono belle, sono colorate, non si stirano e sono sempre nuove, poi hanno colori fantastici, solo all’idea di comprare una Lacoste maman si illumina. Dai! Una bella Lacoste fucsia! O blu! Così poi la passi alla tua sorella e poi al tuo fratello e ci rimane in casa una decina d’anni, wow. 

– No, mamma, dai.

– Come ‘dai’? La vuoi azzurra? Verde!!

– No, vorrei una di quelle magliette che vanno di moda ora.

E qui la ragazza cade in quella mancanza di strategia che le porta in dono la giovine età, perché introdurre a maman il concetto di ”moda” è come invitarla a mangiare una bistecca, lei ch’è vegetariana dai tempi del congresso di Vienna, le si alza il naso a quella, le si storce e le viene fuori un odore di snobberia che farebbe impallidire un nobilaccio di campagna, quasi la si savonarolizza e si sta sulle palle da sola, ma non è colpa sua, è l’idea di moda e di fregatura e di massa e di spazzatura che la fa fatica e l’obnubila, qualunque cosa voglia dire.

– In che senso di moda? Che la compriamo adesso perché ce l’hanno tutti ma invece pensi che non ce l’abbia nessuno e poi tra sei mesi finisce nel cestino perché non ne puoi più che ti è venuta a noi? E trasformiamo tutto in spazzatura, urrà al consumare.

– No, dai, mamma, non di moda che la ragazza conosce il pollo suo e quindi si ravvede e la guarda col suo sguardo del tipregosmettila e cerca di contenere la valanga. Sono delle magliette di cotone, ma di un cotone più fine che sembra quasi trasparente

– Trasparente? Alla tua età?

– no, dai, mamma, non sono trasparenti. E poi sono colorate, di colori belli, forti.

– Oddio, che colori?

– Tipo quei giacchetti da ciclista

– FOSFORESCENTI? Buona, che mi gira la testa, la mia figliola si vuole mettere una maglietta trasparente ma fosforescente… svengo, portatemi i sali.

E lei ride, ride. Perché la mamma la fa anche ridere, quella mamma che in verità è serissima nei suoi argomenti, però cerca di prendersi per il culo da sola e la cosa qua e là le riesce vagamente divertente. Quindi ride, la bambina multilingue, e cerca di riagguantare la mamma che è già lì che spippola sul telefono alla ricerca di una mail che le confermi l’orario di partenza del bus, che le è venuto il dubbio di aver sbagliato orario, posto e persino anche giorno… Mamma. Perché lei lo sa che la sua è una mamma diversa dalle altre e che ci vuole pazienza, ogni tanto glielo dice anche. La sua è una mamma che non le fa guardare la televisione e che se si deve andare in un posto si sceglie sempre il modo più complicato, ma poi anche divertente, perché si incontrano un sacco di persone anche strane e si parla e si ride, è una mamma che invece di portarla al cinema le fa leggere i libri e quando lei cerca di fare qualcosa di veloce la mamma spalanca gli occhi e le dice che il tempo è bello che sia un tempo lungo, mai breve, che i piaceri bisogna coltivarli pian piano per goderne davvero pienamente e quando lei vuole, che so, guardare la tv, la mamma le parla dei semi che si piantano e poi si dà l’acqua e pian piano cresce un fiore. E’ una mamma che fa tutto in casa, ormai anche il kebab, e che quando fa le torte sono torte a tre piani e le dispiace di non aver usato le uova delle sue galline, e a volte glielo dice anche quanto sarebbe bello avere un pezzetto di terra con qualche gallina, che il suo nonno ce le aveva, in giardino, le galline. ”Be’ perché te non sei come tutte le altre mamme di classe mia che non fanno prendere i neonati in braccio alle sorelle’‘. ”I neonati? Oddio, non lo fanno? E perché non lo fanno? Certo che se cade si rompe, è vero, ma insomma basta stare attenti, basta stare lì con voi. Tenere in braccio un nanetto appena arrivato è un bel gesto di affetto, perché non farlo fare? Oddio, però forse mi sbaglio, mi sono sbagliata e non andava fatto, dici che ho sbagliato, che non dovevo? Ti è cascato il tuo fratello e non me ne sono accorta? Questo mi vuoi dire??” E dai la valanga, ”no, no, mamma, hai fatto bene, davvero, io sono molto contenta di aver tenuto topino in braccio”. Arrivate, con un anticipo di 16 minuti, roba frequente e prevedibile come un 13 alla schedina. 

 – Mamma,la maglietta.

– Dimmi.

– È un cotone leggero, bello, che si vede attraverso

– Ah! Ma dici come la mia maglietta di Orione?

– Che c’entra Orione mamma, Orione è un libro.

– E vabbè, ma io ho anche la maglietta, anzi ormai è l’unica che ho, quella che mi portò lo zio da New York una vita fa, quella bellina con Orione sopra. E, ecco, ho capito che tessuto dici, e ci sta che vada di moda qui oggi, se andava di moda in America sei sette anni fa, avran dei fondi di magazzino da smerciare, lo fanno anche con le medicine figurati se si risparmiano di farlo coi tessuti.

– Mamma, ma che dici? Cosa c’entran le medicine? Io voglio una maglietta.

– Ma una bella Lacoste?

– Va bene mamma, e scuote la testa rassegnatissima, mi piacciono le Lacoste.

 

 

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