Archivio mensile:luglio 2012

Torte di riso e pareti di marmo

La nonna bionda se n’è andata dieci anni fa, quasi. Tra pochi mesi cade l’anniversario e si conteranno allora, davvero, dieci anni. Uno, due, tre, quattro, fino a arrivare a dieci, che il tempo funziona così, scorre in avanti. Poi dipende, quando l’alveo in cui scorre è quello di una serata al fresco con il venticello, il silenzio e un’affettuosa compagnia di sguardi, allora magari scorre via veloce, che si ride e nemmeno ci si accorge di questo suo fuggire veloce con le zampone lunghe di un coniglio, quando invece gira su se stesso in un quadrante che scandisce un’assenza allora ogni rintocco di ore è come un calcio nel sedere, quando più quando meno forte.

E la nonna bionda era una presenza bella, soprattutto non era nemmeno ‘nonna’ per i fidicini, perché è andata via prima che questi tre terroristi venissero al mondo; a lasciar loro il posto, forse, ma forse no, che il mondo non è mica un monolocale e posto ci sarebbe stato per tutti, e se poi anche ce ne fosse stato poco ci si sarebbe ‘strinti’, come si dice qui, in Versilia, a lei, che versiliese non era e faceva sempre una faccia strana, un po’ costretta, quando ne sentiva il dialetto.

Delle tante cose che faceva questa nonna bionda non molte sono rimaste in mano alla sua figliola, per paura di rivedere nelle mani i movimenti della mamma, mica per altro. Che rivedere in un gesto una persona che non c’è e che manca d’una nostalgia ch’è come un tumore, lì per lì è anche piacevole, ma poi ti lascia uno stranguglione in gola che ci vogliono situazioni e situazioni per mandarlo via, e poi lui, carogna, rimane sempre un po’ lì, in agguato. La mamma cuciva, e la figliola fa il possibile per non prendere in mano un ago. La mamma leggeva con gli occhiali e da quando se n’è andata la figliola se li è tolti e ci vede benissimo, anzi, a volte, quando legge, tanto sgrana gli occhi che prima o poi le cadranno sulla carta del libro, flop, se non fa attenzione. L’una sapeva camminare solo coi tacchi e l’altra tiene in tacchi in libreria, in bella vista e non se li mette mai, perché solo nel momento in cui ci sale sopra il sedere le si sposta in una posizione inequivocabile, che se solo si guardasse allo specchio vedrebbe la posizione del corpo della mamma sulla sua testa, oiòi non ce la fa. L’una si truccava solo gli occhi e non usava mai rossetti, ombretto azzurro sugli occhi blu, poi il rossetto se lo scordava, o se lo mangiava o insomma non se lo metteva mai, l’altra difficilmente esce di casa senza, a meno che non sia davvero in un momento strampalato, e succede spesso, però si nasconde rossetti ovunque, per poter recuperare.

Son cosucce che stanno sulla superficie della quotidianità, certo, niente che prenda allo stomaco davvero, ma sono piccoli aiuti e servono a mantenere un equilibrio emotivo che spesso rischia di affogare in quella nostalgia maledetta, o canaglia, come diceva qualcuno. Aiutini, ch’è probabile giusto darsi. Perché quando poi entra in gioco l’importanza di certe amiche e il modo fitto fitto di chiacchierare con loro, o l’entusiasmo per diversi aspetti della vita che si condividono e che nutrono e che rendono felici, come il godimento di luoghi o di contesti che magari ricorrono, allora la filiazione a maman le scappa fuori come lo spumante dalla bottiglia, e va bene così, che per quanto ci si allontani inerpicandosi nella nostra vita in un certo modo si rimane sempre, per un pezzo di vita convissuta e osservata, ‘figlioli’ di.

Però la vita è un elastico, anche, e mentre si tiene lontana dagli aghi e dai fili maman in verità vorrebbe invece imparare a cucire, come a mettersi l’ombretto azzurro, o insomma vorrebbe trovare il coraggio per ospitare nelle sue dita i gesti della mamma. Sembra facile. Quando uno ha paura di volare può arrivare fino all’aereo, ma poi non ci sale, come chi ha paura dell’acqua, che può passeggiare a bordo vasca senza bagnarsi nemmeno un dito, solo che sono paure a voce alta, se ne parla, se ne discute, le si racconta, diventano quasi un fatto estetico, un argomento di identità, e tutto si esprime in un profluvio di chiacchiere. Invece la paura di rivedere la propria mamma in un gesto delle proprie mani è una paura privata, che si nasconde in un battito di ciglia o semplicemente portando un paio di pantaloni a fare l’orlo Ma come, non sai fare nemmeno un orlo? No, non lo so fare. Punto, finita la frase e ingoiata la paura di farlo quel maledetto orlo e vedere poi la mamma nelle dita con l’ago. O fatelo voi. E quando le paure stanno chiuse, ingoiate al buio di una mezza frase passano gli anni prima che vengano davvero fuori.

Anche se arriva il giorno in cui le paure si superano, e che diamine, siamo mica animali primitivi. Basta lasciare che arrivi il momento giusto e saperlo riconoscere. Per esempio, questi dieci anni che tra poco accadono del tutto sono un buon tempo favorevole, una giornata uggiosa al punto giusto che a stare in casa si legge, si chiacchiera ma si può anche cucinare qualcosa di buono, per esempio quella ricetta che è stata ricostruita senza davvero volerlo – perché le ricette si trovano in dieci minuti, non in dieci anni – per una torta molto, troppo simile, capitata sul tavolo un anno fa e poi reincontrata l’anno dopo, come se ci seguisse, se si volesse far fare, e una passeggiata dei pupi con la tata Tina là dove si trovano le uova buone, che mica vorrai rifare la sua torta senza gli ovetti di gallina felice? E così via, di caso fortunato in caso fortunato, un po’ a mezza voce, che maman è un animale che lavora di sbieco, non affronterebbe di petto niente che sia minimamente emotivo, perché sa che rischia di sgretolarsi. Insomma, tutto concorre a far sì, così sembra, a che oggi una delle granitiche paure verrà superata. Come un castello di marmo che perde una parete, finalmente demolita da un passo avanti del coraggio della mente.

Oggi maman farà la torta di riso della nonna bionda.

Superare le proprie più intime paure è un lavoro di semina e di cura lunghissimo, eh? Anni e anni di altro per poi arrivare al giorno in cui il terreno è davvero pronto e la piantina nasce, la paura si sgretola e se ne va. Superata. Evvài. Se poi, davanti alla teglia di una innocua e magari buonissima e semplice torta di riso, maman dovesse dare in escandescenza piangendo tutte le lacrime che le rimangono nello stomaco, anche quelle vecchiotte che da diversi anni stavano lì, avrà intorno a lei il clan che ha messo su in questo periodo della sua vita, che è poi il periodo più bello, più felice e più suo. Se poi la faranno ridere, meglio, capace invece che si alzino tutti appena arrivata la torta in tavola e dicano che no, grazie, non hanno più fame. Ma insomma, importante era buttar giù quella parete di marmo.

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A tavola

Il giovane minuscolo e splendido è stato portato dai genitori di papà Bakunin, il nonno Bismarck e la nonna Biancaneve. Qui, il piccolo ha regalato uno dei suoi siparietti, un ennessimo sketch lungo la strada che lo porterà a sedere sul trono del bambino perfetto. Lui, il piccolo imperatore dei lattanti.
Arrivato a casa di quei due signori un po’ anziani si è guardato intorno e ha fatto due passi per la casa, perlustrando tutto in piena serietà, evidentemente per capire con chi aveva a che fare. Finito il giro ha regalato a pioggia i suoi sorrisi e i suoi giochi con le manine mentre le sue gambe stortissime davano quel che in più di tenerezza per conquistare per sempre quei due signori comunque ben disposti. Intorno a lui, a fare confusione e a non capire la serietà della drammaturgia in atto, c’erano le sorelle, che sporcavano la scena ostentando un’intimità decisamente fuori luogo. Però lui non parla, e pare che abbia intenzione di maneggiare da professionista il teatro dei sentimenti prima di preoccuparsi delle parole, roba di anni, quindi per occupare pienamente la scena il capocomico ha bisogno di spazio, di tempo e del luogo giusto. E questo lui organizzava.
Mentre le due pettegole si sbracciavano a recuperare gli spazi di casa, lui, lo stratega della seduzione, individuava il terreno della vittoria.
A pranzo!!
Se Ulisse cadeva con le donne era perché era un greco, ché l’italiano casca a tavola, non ci piove.

E lì, lui, ha vinto lo sguardo dei nonni alzando il cursore della dolcezza fino a tatuare un sorriso perenne su quei due volti innocenti.
Si è seduto da solo, e mantenete anche la distanza, per favore ch’è caldo e ho bisogno di spazio.
Ha preso la sua forchetta, il coltello no, grazie che sono piccolo, ho quasi 15 mesi.
Si è fatto servire pomodori, zucchini trifolati e roast-beef (gli altri mangiavano ròsbif, invece), ha mugugnato un chiarissimo basta grazie, va bene così, molto gentilee ha mangiato tutto. Tutto. E da solo. Da solo, composto e pulitissimo, usando sempre e solo la forchetta che nemmeno un commesso viaggiatore in giacca e cravatta col suo migliore cliente! Nemmeno un promesso sposo davanti ai futuri suoceri un attimo prima di chieder la mano della figlia!
Finché davanti al piatto vuoto e all’inebetita euforia del nonno cheluiunbimbocosìnonlohadavveromaivisto ha decretato la sua vittoria, ridendo un pochino e godendosi lo scivolone delle due sorelle che a quel punto, nonostante nella competizione si fossero costrette a stare quasi composte, comunque sedute al tavolino e a finire quel che avevano nel piatto, piccinine, con le forchette in mano sembravano le sorelle di Cenerentola al ballo a palazzo.

E pensare che le strategie educative sono state le medesime.

Cronache del torpore

Non si cucina niente di strepitoso da fotografare, non si traduce nulla di che da far circolare, si leggiucchiano i libri dalla biblioteca dello zio che poi a comprarli finisce che pesano e poi ultimamente pesa soprattutto il capo, le scelte, ibbò, l’impegno della conversazione è vario come la sabbia in spiaggia e ad ogni tentativo di fare un salto ci si ripensa, perché siamo stanchi, lo faremo poi dopo. Eppure c’è un che di nuovo nell’aria, sarà mica l’aria di vacanza?

Villeggiatura fidicina

Maman continua a inanellare colazioni-pranzi e cene e perde il capo davanti ai bigné con la crema, ma ormai s’è data pace che l’Italia le fa l’effetto ‘accumulo’, come il disgelo alle foche. Le ragazzine aumentano la percentuale del color cacao sulla pelle, collocandosi ormai in quota 90%, a scioglierle sarebbero amare come fave di cacao puro. Il gorillino biondo dal canto suo, dopo aver taciuto la parola mamma per mesi e aver sorriso a quella bischera quando le chiedeva di pronunciare, tiprego, il lemma numero uno, adesso, finalmente?, non fa altro. Adesso indica e dice mamma, sia esso lo zio, il babbo, il mare o la sua pipì e grazie alla nonnanonnonna sta imparando a fare caro e a dare le carezzine e poi ride, ride un mucchio perché questa gente qui è proprio buffa. A volte si allontana anche per guardarseli meglio, e ride. Papà Bakunin alterna fasi di veglia ad attività di pulizia spicciola per poi scomparire nella letargia del pomeriggio, Babbo, fai il bagno? No, bimbe, io dormo. Il nonno zoppica e cammina un po’ curvo, ma se gli si chiede come va dice Benissimo. Ché, non lo vedi? E tutti si tengono la preoccupazione, perché no, non sta benissimo, e ci dispiace. Lo zio adolescente viaggia sulla metamorfosi completa coi suoi animali adorati e ormai ci si attende che gli cresca la coda, dopodiché gli costruiremo un box e lo vedremo che scaccia le mosche, e racconteremo la cosa come ‘lo zio che diventò un cavallo’. Quello grande invece fa e disfa valigie con dentro vestiti e oggetti non suoi, ma dei vari suoi figlioli e solo ogni tanto si vede spuntare con una bottiglia di birra in mano, tutta per sé, quella sì, sono i momenti in cui il nipotino piccinino lo guarda e lo adora, perché la birra è buonissima. Per fortuna l’equilibrio mentale della villeggiatura fidicina poggia le gambe sulla serafica tata Tina, che oltre a seguire il giovane tentatore di suicidi sorridente, fa uno slalom di sguardi silenziosi e bonari intorno a questa famiglia allargata di matti che è gente che compra il burro invece di farlo e che non ha nemmeno un pezzetto d’orto dove metter giù un po’ d’insalata, infatti ogni tanto s’appisola. Chissà che cosa sogna.

 

Addormentandosi

 

Ho sognato che cercavo qualcosa,

da qualche parte forse dimenticato o perso

sotto il letto, sotto le scale,

sotto un vecchio indirizzo.

Rovistavo negli armadi, nelle scatole e nei cassetti

pieni invano di cose inutili.

Tiravo fuori dalle valigie

estati trascorse e viaggi.

Scuotevo fuori dalle tasche

lettere rinsecchite e lettere non per me.

Correvo affannata

per stanze, nonstanze

mie, nonmie.

Sprofondavo nei tunnel della neve

e dell’oblio.

M’ingarbugliavo nei cespugli spinosi

e nelle ipotesi.

Raccoglievo l’aria

e l’erba bambina.

Mi sforzavo di farcela

prima che calasse il crepuscolo d’una passata eternità,

la maniglia e il silenzio.

Alla fine ho smesso di sapere

che cosa cercassi così a lungo.

Mi sono svegliata.

Ho guardato l’orologio.

Il sogno era durato nemmeno due minuti e mezzo.

Ecco a quali artifici è costretto il tempo,

da quando ha cominciato a imbattersi

nelle teste assonnate.

 

da ”Wystarczy”, di Wislawa Szymborska, ed A5.

Auguri

Uno nella vita capita che faccia il lavoro che fa. Contano le coincidenze, i casi, le fortune, non in ultimo le capacità e i bisogni. Quello che però dovrebbe contare, o in fin dei conti quel che conta, è il grado di complicità che quella scatolina dentro il cuore riesce a stabilire con l’attività che si fa, perché è lì che, al buio e in silenzio come fiammiferi, si nascondono le emozioni più vere. Che sia creativa o meno, l’attività. Che uno faccia l’avvocato o lo scultore, l’insegnante o il medico. Sono forme di nutrimento e di emozione e spesso sono scintille, non altro. Non c’è una grossa continuità, spesso sono attimi di luce, un lampo, un bagliore, spesso addirittura durano un attimino, un bagliorino, più che altro. Le cose importanti sono fragilissime. Come quando qualcosa funziona davvero, come quando a scuola si controllava il risultato del problema in fondo al libro e era giusto, però da adulti e al di là della scuola non occorre nemmeno controllarla la soluzione, quelle volte le cose funzionano e basta, perché così è, ed è successo grazie a noi. Wow, la scintilla.

Non ci sono retini per agguantarle però, ‘ste scintille. E appena si accendono si spengono, durano un attimo, o un attimino, addirittura – che è anche una brutta parola. Ed è un peccato perché quello è il nutrimento di cui l’anima ha bisogno, la soddisfazione, il piacere, il balsamo che districa ogni nodo, che quando i nodi si formano nel cuore è un casino, sono nodi brutti che non si vedono eppure fanno funzionare tutto storto. Bisognerebbe allora essere in grado di capire qual’è il proprio posto, quello giusto, dove si deve stare, che invece si rischia sempre di essere lontani con lo sguardo da quella scintilla, che accade e magari, nonostante accada grazie a noi, noi nemmeno lo sappiamo, che abbiamo il naso altrove. Bischeri, per fare icché, poi.

Comunque oggi è il compleanno di Alice Munro, una delle scrittrici preferite su fidicinlandia, uno degli incontri letterari grazie a cui la scrittura sembrò una strada percorribile, anni fa. Non che poi fu davvero percorsa però, accidenti. Qualcuno le chiese ”Come mai lei scrive per lo più racconti?” e lei rispose che la vità è un po’ così, e lei con tre figliole che crescevano non aveva mai davvero avuto il tempo di scrivere un romanzo intero, invece i racconti le davano un tempo giusto, perché era breve, e pian piano ci si era affezionata. Ecco, il tempo, le mamme e la compiutezza di un pensiero scritto, brava signora Munro. Grazie.

Poi maman non ha fatto in tempo a dire alla tata Tina quale casa editrice polonese traduceva la gentile signora canadese che la suddetta casa, deliziosa in ciascuno dei suoi titoli, pubblicava su Facebook foto e auguri alla signora. E pensare che anni fa, quando ancora maman se ne stava in Polonia, parlava continuamente di lei e nessuno la conosceva, e la regalava in inglese a chi era in grado di leggerlo, e a chi invece non lo sapeva la raccontava, intorno al tavolo della sua cucina, in mezzo ai vocabolari e alle tazze di tè.

Oggi va meglio, certo, molto meglio, ma non grazie a maman, uffa.

Problemi di famiglia

– non so a che ora arrivo, ho dei problemi coi cavi che non funzionano scrive laconico papà Bakunin.
ah, beato te, qui abbiamo problemi con Pasqualino la meraviglia che ha per sbaglio bevuto la Menabrea e non vuol più smettere risponde sbigottita maman.

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Quando uno dice l’amore

Quando uno dice l’amore. Eh, ma ci sono tante forme di amore, di innamoramento, di affetto. Per esempio c’è quella in cui uno si sente esattamente complementare all’altro che quasi insieme sono un incastro perfetto, una mano e un guanto, una bottiglia e un litro d’acqua. Ci sono affetti totalizzanti, l’amore si esaurisce tutto là dentro e all’occhio estraneo rimangono solo due sorrisi, due beati e pieni sorrisi. Certo, se uno dei due soggetti ancora non raggiunge il metro di altezza tutta questa effusiva tenerezza si adatta anche meglio alle sue capacità ginniche da koala, fatto è che da quando la tata Tina è rientrata nella banda fidicina il giovane ragazzino s’è fatto cozza su di lei, e non ci sono più sguardi né per la mamma, né per le sorelle, né per il mondo intorno. Caso mai ci sono distratte e brevissime occhiate, ma decisamente inconsapevoli. Una calamita. Un incastro perfetto. Lui e lei.

E ormai fanno il bagno, e giocano e si baciano e ridono.

E la mamma lavora!!!

C’era una volta l’estate, c’era una volta il sole, il mare e i gelati, che ci sarebbe da mangiarne meno, accidentallòro. C’era una volta e c’era ancora un’altra volta e poi c’era di nuovo. E ogni volta è una volta nuova, anche se poi è la stessa e invece a vedere bene è una volta nuovissima. E a guardarsi il corpo anche, a parte i gelati di troppo, e sembra che le mani siano sempre quelle e invece sono sempre mani nuove, un po’ più scure, più magre, più secche. Berlino è lontanissima e i fidicini gridano e corrono e fanno i tuffi in piscina e si godono questa meravigliosa estate, poi però la mattina quando gli occhi sono ancora mezzi chiusi, sentono forte la mancanza dei loro coccetti coi cavalli per fare colazione. E uno se ne sta lontano da casa, anche se poi è a casa comunque e cosa vorrà poi dire ”casa”. Noi siamo casa, vero, dicevano una volta i traslocatori fidicini, ma per maman il suo tavolino coi vocabolari è diventato casa, altro che, ormai a maman le incanutisce la fantasia e le cambiano i gusti, poveri figlioli, che anche se poi quei vocabolari nemmeno li apre le basta che siano lì, perché sono libroni magici, sono testi dove se uno cerca verbi normali trova traduzioni strampalate che nemmeno a Vico sarebbero servite, però invece se cerca appunto parle come ”strampalato” o ”sissignora”, o ”mammaliturchi”, allora trova una traduzione che è come una stella cadente che ti cade nella mano. Maman ha bisogno di coprirsi le spalle, e è il suo tavolino che le fa da scialletto.

Che per il resto al di là dei troppi pensieri questi fidicini crescono senza scivoloni. Il piccolo giovinetto canta spensierato nonostante le sorelle lo travestano coi vestitini della grande, ma lui poi scappa, magari intrampola nello strascico a fiorellini rosa, ma poi si rialza, si spoglia, si gira e le guarda male, come un minuscolo Clint Eastwood, al che quelle ridono e se lo comprano. E via da capo a travestirlo e a fargli fare tutte le parti dei loro giochi di ruolo. La piccina è sempre più nera e sempre più bionda, per quanti cm di pelle le rimangano non scartageografati dalle zanzare che se la magnano, la grande aiuta e cresce e canta e se solo tenesse le spalle dritte…  Papà Bakunin è via, appena partito e già quasi sulla via del ritorno, che papà Bakunin è così che vive, e attualmente sta nella terra dei sogni di maman, là dove si trasferirebbe domani mattina, tavolinetto in spalla.

Stasera arriverà finalmente la tata Tina e domani, per la prima volta in vita sua, i fidicini accompagneranno la ragazza a fare il suo primo bagno in mare.

Focaccine per tutti!!!

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