Archivio mensile:novembre 2012

Il tempo che passa

Su fidicinlandia è tempo di caos emotivo, come dire, nulla di nuovo. La mamma è rientrata dopo tre splendidi giorni d’Italia e ha trovato che a casa sua c’era in atto una tragedia, con tanto di scenografie, suggeritori e virus sovrani alla biglietteria. Una maschera gentile l’ha accompagnata in platea, in quella che era giusto una pausa tra il secondo e il terzo atto. Prego, si accomodi. Il ragazzo piccinino là davanti sta calcando la scena nei panni della metamorfosi, da piccolo e tenero che la mamma l’aveva lasciato se ne sta andando, adesso, verso una terra non chiara, di chiaro c’è solo un suono, un violento, unico e impetuoso Nein! Un Carmelo Bene in miniatura. E grida. Grida, lui. Quando non grida con le lacrime la sua disperazione è perché sta lanciando a frisbee qualcosa, mele, pere, piatti, o perché sta picchiando la mamma con tutte le sue forze. Un pazzo. E se non s’esprime nell’ira di Satana è perché dorme, e allora è capace che si alzi nel cuore del sonno per baciare appassionatamente la mamma, baciarla a tutta bocca, accarezzarla coi palmi delle mani e stringersi a lei a occhi chiusi, abbandonandosi ad un amore infinito e imperituro. Una tragedia di cui lui è il solo unico eroe. Finché apre gli occhi assatanati e la vede, vede la mamma, ed è allora che si fa innocente e le chiede con candore “babbo?”, come dire te ti vedo, ma lui, lui, il mio unico amico del cuore, dov’è? Una miniatura di follia e indecisione che brandisce a spada il senso di colpa. Wow. O un altro pazzo scatenato sciolto per il mondo. E non ha ancora due anni. Le ragazze hanno un periodo di distanza, un po’ le malattie che le tengono a casa alternatamente, un po’ l’età che chiama l’una ad esser grande e responsabile e spaventa l’altra, che fosse per lei si trasformerebbe in una barbie e vivrebbe nella casa rosa di plastica, che tutte le mie amiche ce l’hanno e io no, dice. Oppure si esprime con la mamma rischiando di farle venire uno stranguglione, perché le dice cose del tipo ”mamma, io sarei davvero felicissima se ho il palazzo dei playmobil”. E la mamma, tra i congiuntivi che le friggono lo stomaco e questo senso di appagamento dell’acquisto che la ragazzina esprime, rischia il tracollo nervoso e qua e là urla, urla lungo i binari della u-bahn. La tata Tina cerca di imparare queste lingue che peró le scappano di mano e ieri stava per scrivere a un amico “vado a londra, rientro il 5, se vuoi possiamo darci appuntamento al 6, ma del prossimo anno”, così in un anno spera di essere in grado di farci due chiacchiere. Però, quando lei cucina, il ragazzino indemonato ride e le manda i baci, e tutto si aggiusta nel linguaggio della riconoscenza.

Maman annusa da più parti che la lingua russa le bussa alla schiena e stamani si è iscritta a un corso intensivo di dieci giorni, che parlarne solo una di lingue slave è un po’ come suonare il violino ma non il pianoforte. Invece le mani sul pianoforte fa sempre bene metterle, e il russo sta alle lingue slave come il piano alla musica. Come Brodskij al linguaggio, anche se poi scriveva in inglese. Appunto, violini e pianoforti. L’anno sta finendo e se solo il piccolo Maestro si togliesse la maschera di Hulk e la smettesse di urlare, su fidicin si starebbe bene. Come dire, i fidicini ce la fanno ad aiutare la mamma a svegliarsi domattina e rivivere quel primo maledetto dicembre di dieci anni fa, quando verso l’una, nel silenzio della domenica italiana, all’ora di pranzo, la sua mamma chiuse gli occhi e se ne andó.  Per sempre. Raggiungendo quel ”per sempre” che è la meta del tempo che passa, in un senso unico con cui si chiude la vita di ciascuno di noi.

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…………………………………..sera con Tuśka

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un tempo scrivevo belle poesie,

Tuśka lo sa, perché rideva,

quando sedevo di sera

piegato sulla carta in folio.

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aggrottavo la fronte, strappavo la carta,

dicevo „Tuśka, girati,,

non guardarmi, perché non posso

agguantare una poesia se il tempo passa,

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o meglio mia cara addormentati,

soltanto per caso non sognarmi,

e copri, per piacere, perché è brutto,

i tuoi seni, seppure con le braccia“.

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Tuśka rideva e oscillava

con scherno lo sguardo „Ah, Tadeusz,

vedrai, ti mancherò

e non ti uscirà alcun verso senza di me.

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E pregherai allora invano

”restituitemi ancora il sorriso di Tuśka”

e perderai la fede in un tempo passato,

pensando che fu solo un sogno“.

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”o una poesia” – dissi, concludendo

la mia poesia sul tempo che passa.

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Tadeusz Borowski, ”Z pamiętnika”

 

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Gatti e gatti mamme

Quando lui dorme e puppa spinge la mamma con le gambe e con le mani, alternando, come fosse un gatto piccino con la mamma gatta. E così come un gatto piccino ronfa, anche, e fa fr-frrr con un suono che gli rimane in gola. E allora la mamma sorride, e va bene, va tutto bene, anche se sono le quattro di mattina e s’è svegliata e la trasformazione del piccolo ragazzo in piccolo gatto le ha staccato quasi un capezzolo. Ma va tutto bene, e potesse ronferebbe un pochino anche lei. Fr-frrrr

La casa dei matti

La mamma è rientrata all’ovile e le si è presentato uno spettacolo indecoroso. Un bambino malato e sorridente cercava di mantenere l’equilibrio dentro scarpe rosse da tango e guardava divertito la sorella, una coco chanel in pigiama che stava cercando per casa una parrucca dopo averlo incastrato in un abitino rosa da principessa. Lo vestono, lo spogliano, lo trattano come una bambola meno rigida delle altre. Lui sorride, lei giudica, aggiusta e sistema finché poi gli intima di camminare, e poi basta, ora Basta!

– Basta? Basta cosa? 

– Ma sì, mamma, si sta mangiando una barbie. E’ la mia barbie preferita.

Una casa di matti.

 

Acque figliole

La vita scorre. Scorre anche senza la mamma, che passa due notti fuori di casa, tra persone deliziose che ragionano sulle parole, sul linguaggio, sulle rime. Scorre per conto suo, scorre come un ruscello svizzero, che scorre sempre. Le amiche festeggiano comunque i compleanni, la mattina si mangiano comunque i cereali, la sera si va comunque a letto e il gattino aiài è comunque sempre piccolo, e adora giocare, comunque. Forse qualcosa scorre un po’ diversamente, forse c’è un sapore strano, nuovo, magari non è nemmeno spiacevole sapere che la mamma non c’è, che torna lunedì. O forse no. Forse quelle acque giovani sono così fresche e così in buone mani che non trovano neanche il tempo di rendersi conto che la mamma non c’è.
Loro sono un fiume, sono liquide, sono in discesa e c’è la forza della vita che le muove.
Sì, ora peró la un la fate lunga, io domani ritorno, eh! E guardate di non aver fatto troppo casino, eh?!

Partenze

Domani la mamma parte. Esatto, se ne va. Ma poi ritorna, certo che ritorna. Va a Milano, mica a Londra, non c’è mica il rischio che rimanga appiccicata come un topo al vischio. A Milano, ma siamo matti? Quanti sono i polacchi a Milano? Ecco, pochissimi, in confronto a quanti ce ne sono a Londra. E poi a casa ci siete voi, io sono bravissima a ritornare, ovunque mi trovi non vedo l’ora.

Il giorno prima della partenza è un giorno come un altro, se non fosse per il mal di pancia, il mal di testa, il bisogno di una scatola di calmanti da ingoiare come zigulì alla banana, l’idea che i tre rimarranno con la (povera e santa) tata Tina, senza il babbo, perché il babbo che è sempre qui il fine settimana l’unico fine settimana che la mamma non c’è non c’è nemmeno lui, la sensazione che senza di me staranno benissimo, smettila, sì ma non sono loro a soffrire, loro si divertono come matti, sono io nella bocca dell’ansia, di traverso, come un topo al gatto, il senso di colpa per il piacere di vedere degli amici carissimi i quali, e sono due, compongono praticamente il 75 per cento degli amici di maman, e ultimamente le poche scintillucce di allegria le ha ricevendo o scrivendo loro delle mail, adesso li vede, ci parla, wow, aiuto, il pensiero di non aver tradotto il testo da leggere che si fa sfottere da un altro pensiero, e gli dice, e ha ragionissima, ma che ti frega di scriverlo, lo leggi e lo traduci al volo, o che sarà un problema? Il che è vero, ma forse anche no.

Il problema è che nella testa della mamma c’è un ping pong ferrato tra bianco e nero, e ciascuna cosa è sia in un modo che nel suo esatto contrario, pare sia solo una questione di punti di vista, il destro e il sinistro. La soluzione è comunque sempre pari a zero. Finché arriva una partenza e sconquassa tutto, che lei è la sola variabile che si impone in un risultato diverso dallo zero, dal rimanere in casa, dal godimento dello stare in pigiama, dal farsi sovrastare dai libri, dal sapere che alle quattro escono da scuola e il lunedì c’è teatro, il martedì il coro e il mercoledì la danza e la sera si cena e poi ci si lava i denti si fa la pipì e si va a letto. E che palle. Eh, sì, che splendide tonde pallette rassicuranti.

La partenza, appunto. Forse è il caso che la mamma parta più spesso, prima che i tre pargoli si informino e con un salto carpiato della letteratura familiare la buttino fuori di casa. Loro.

”Mamma! Basta, se continui così te ne vai! Questa è una casa non una clinica psichiatrica!” 

Sarebbero capacissimi, ma infatti lei è per questo che topolino lo allatta ancora.

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Priorità

Ci sono delle priorità nella vita, deve aver pensato il Maestro, alzandosi dal vasino – dove stava a fare la cacca – di fronte all’irrefrenabile vista di una spugnetta penzolante da sotto il lavandino.  

Ci sono delle priorità della vita, deve aver pensato, pulendo le pareti del bagno coi pantaloni calati.

Fidicini a cavallo

Il vocabolario del piccolo Maestro ormai sta in fila coi Devoto Oli della lingua italica. Poi, siccome i geni sono per metà dei genitori, lui condivide l’imperativo morale nei confronti dell’ordine con il padre ed è pedissequo e ossessivo pure lui, per quanto sia poi tenerissimo quando impugna il mocio a labbra strette tutto impegnato. Con la mamma invece condivide l’esatto opposto, ossia un deflagrante e invincibile caos che, per quanto si esprima assai bene all’esterno, tra pile di libri, di giornali e di riviste, è poi a livello linguistico cognitivo che riesce a dare il meglio di sé. Con papà Bakunin si parla italiano, con la tata Tina polacco, con le maestre tedesco (nein!) e quando capita qualcuno in casa è capace che si parli inglese, quando non è lo zio algerino tutto scuro e riccioluto che ci fa il cretino in francese. In questo inutile e caotico guazzabuglio di informazioni, il Maestro semplifica. Furbo è il Maestro. Che lui parlare parla, e ascolta anche, e quando fa sissì con la testa intorno a lui si crea uno sdolcinìo di rincretinimento. Insomma lui è efficace.
Per questo sta raffinando il suo vocabolario dei gruppi semantici, e se prima la vita animale si riassumeva con un generico e omnicomprensivo “aiài”, adesso si va distinguendo.
Aiài è cane, àidi, gatto. Chiaro, no?

Ah, vabbè, allora siamo a cavallo, dissero intorno a lui.

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La salita delle ugonotte

Siccome gli anniversari tristi sono ancora più tristi dei giorni tristi e siccome la banda fidicina ha abbastanza a schifo le cose tristi, fu così che scattò la vacanza allegria. Allegria! In barba alle direttrici tedesche che hanno il corpo e il cuore di un tempio di cemento, con le gambe che fanno da colonna e il viso da timpano e non tollerano che i pargoli perdano neanche un’ora di scuola. Giammai! Figurarsi due giorni interi. E hai voglia a far notare che è per una gita coi genitori, in una città importante dove non sono ancora state, che fa bene vedere altre facce, sentire altre lingue, annusare altri cieli, altri puzzi, altri colori, hai voglia a dire che tutto ciò può, talvolta, eccezionalmente, essere educativo ed emotivamente fondante quanto lo scalmanìo della scuola. Figuriamoci, questo è il paese dove le eccezioni non esistono. Kaputt alle eccezioni. E quella è adeguatamente sorda come un muro di sasso. Alla faccia sua, anche, quindi, i fidicini se ne vanno. E ritorneranno, più belli di prima. Tiè.

Correranno, si sveglieranno all’alba, si stropicceranno gli occhi, che tra tutti e cinque, sei quanti sono, sono tantissimi, e in un parlottare fitto fitto polacco arriveranno fino a salire su un aereo per raggiungere lei, la città dove abita lo zio. Lei, la città imperiale, la città più bella del mondo, più splendida e più femmina. Lei, la splendida Albione. 

Quattro giorni di indomiti festeggiamenti, quattro giorni di splendore, di lusso e di glamour che lavino gli occhi da questo grigio serioso e dal rigore attento e noioso di Berlino. Berlino, tesoro, noi ti si vuole bene, davvero, però con tutta questa germanità ci fai una fatica… Se solo tu ti sbottonassi ogni tanto, tu ti alleggerissi a improvvisare, ad adattarti. Macché, Berlino ha lo sguardo della direttrice: bionda platinata, vestita di nero e guai a contraddirla che alza la voce. Ma che palle. 

Scappano! I fidicini fuggono e ridono. Via! Verso le inaugurazioni! Il compleanno dello zio! Gli scones con la marmellata!

Speriamo soltanto che le povere ragazzine non assistano allo spettacolo truzzo della mamma che davanti a chiunque parli british english dà il peggio di sé. Perde l’uso della muscolatura facciale, ascolta con gli occhi del luccio al banco frigo della coop e il capo le si inebria del solo fascino di quei percorsi labirintici che fanno le vocali, come se seguisse le consonanti trascinate dentro quelle bocche, che le sembrano navi risucchiate dai vortici dell’oceano, e quegli animali parlanti li vede in una danza derviscia di piroette e percorsi tumultuosi della lingua che nemmeno la Callas a cantare Rossini. Che loro, gli eletti, mica dicono Hi, loro, gli eletti, in mezzo alle due smilze letteruzze ci inseriscono una proustiana armonia di mulinelli di voce. Mica è Germania quella, quella è Inghilterra!!! O dillo Hi alla direttrice, dura un nanosecondo e la bocca nemmeno si schiude, anzi capace che se le dici Hi quella ti risponde HALO, sempre a bocca semichiusa. Un inglese Hi te lo dice con tutto il corpo, ti spalanca gli occhi, gli sberluccicano i denti, gli surfa la lingua. 

Viva Camilla Parker Bowles! Viva la regina! Viva la monarchia! Viva l’Inghilterra! 

E per festeggiare, una bella szarlotka.

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Tacchi

Le sorelle hanno preparato il letto al gattino, probabilmente con un golf di cachemire della mamma, e si sono dileguate a dormire. Lui no, lui ha scelto dalla libreria dei sandali col tacco alto – straordinari, bisogna riconoscerglielo – della tipa lì davanti che gli voleva mettere il pigiama e il pannolino e ha cercato di capire come usarli, camminando avanti e indietro nel corridoio, inciampando, cascando e riprendendosi, pur non raggiungendo mai la figura eretta, piuttosto un omino che si è appena alzato sul vaso, sembrava. O uno col colpo della strega, anche. Poi già che era a culo per terra li prendeva in mano e cercava di capire se ci fosse un pulsante, una rotella, qualcosa che ne facilitasse l’uso. Perché belli sono belli, ma anche incomprensibili da usare.

E nemmeno lo sapeva quanto la sua mamma lo capiva!

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Aiài e oiòi

La settimana fidicina è passata all’insegna di un indebellabile virus. La giovane fanciulla si è fatta rapire da codesto virussaccio che non la molla più, le notti passano a fianco della mamma riflettendo su quanto insopportabilmente geloso stia diventando il pupo piccino, che la mamma non fa in tempo a farle una carezza, povera figliolina malata, che lui parte con una sirena di ira invereconda. Oppure lei dorme serena e lui le salta addosso e la bacia, la accarezza e le grida le sue verità, che lui di rado parla, solitamente urla come fanno i lupi sulle montagne. Dice che in Germania ci sono rimasti 32 lupi, bene uno ci s’ha noi in casa. La fanciulla grande invece ha ormai una sua vita privata, le crescono i capelli alla stessa velocità con cui lei stessa cresce e diventa una ragazzina e ogni tanto le parli, ti guarda e tutto è molto chiaro. Il virus tremebondo ha cercato di azzoppare anche la tata Tina, in un pomeriggio di pierogi e polpette le girava la testa e le doleva la pancia… e la tavola di cucina era piena di ingredienti da mescolare, cuocere e riporre. Che lei pure è capace di scegliere la strada più complicata quasi sempre, ”Tata Tina, dobbiamo preparare il pranzo per i bambini della scuola”, ”Ah! Che bello! E quanti sono?” ”Quindici bambini e quattro adulti. Quattro… hai presente, no? Pesano in media duecento chili l’una, quattro di loro fa quattordici”. La tata Tina ci pensa su un paio di secondi e poi scoppia in un entusiasmo luminoso e sentenzia ”Facciamo i pierogi. E le polpette. E una torta. Una torta semplice, eh, per bambini, una cosa con la cioccolata…”. E quindi con la casa invasa da pierogi, polpette e patate e farina il virus l’ha fregata, per fortuna che papà Bakunin ha portato da Israele delle pasticche americane da cavalli, e maman gliele passava come fossero monetine da jukebox, che non si spegnesse. Per fortuna la torta di cioccolato è stata cassata e i bambini si sono accontentati del resto.

E poi il più e il meno, una maestra che scrive a maman additandola di essere un’ignava, visto che ”certe cose” succedono solo a lei, e che ci sono ”Genitori Più Fortemente Impegnati” i cui figli hanno i libri che servono, e maman il libro glielo avrebbe tirato volentieri, e con impegno, ma dietro. O che ora già si suda a esser genitori dalle quattro in poi, ora ti pare che mi devo preoccupare di impegnarmi anche a scuola? E poi se impegnarsi significa comprar due libri, ma per favore, ma non cacate le palle, comprateli voi e fateci sapere quanto vi si deve. Impegnati, sì, i genitori francofortesi. O s’impegnassero loro a insegnare, non a far comprare libri.

O un gattino, piccino e tutto nero che la sera scende da noi e dorme con la ragazza grande, accoccolato insieme a lei sotto le coperte. Dorme dopo esser stato sfinito dal piccolo lupo delle montagne che gli corre dietro per il corridoio gridandogli ”Aiài!” che per lui vuol dire gatto. Il ragazzo è un minuscolo squilibrato, non ci sono dubbi. Ma del resto il quadrupedino è stato accolto per stemperare proprio le ossessioni di questo piccolo folle che se non cammina per casa dentro le scarpe di qualcun altro, preferibilmente gli stivali della mamma – che gli arrivano all’inguine, e deambula come uno zombie perché se casca in velocità si rompe – sta davanti all’armadio dove sono riposti gli strumenti di pulizia, che lui adora di un amore che è più forte delle cascate del Niagara, e fa lo stesso suono, se nessuno gli apre la porta. E quindi si convive con l’aspirapolvere, il mocio e la scopa nel mezzo, e GUAI A CHI LI TOCCA! Diventa una belva e urla e strilla e il mondo sembra debba finire, implodere sotto di lui. Il gatto serviva a distrarlo mentre in silenzio si cercava di riporre almeno l’aspirapolvere… Che lui ieri sera ha invece impugnato come un fucile e, forte di quel tubo tra le mani, si è avvicinato al gatto e gli ha intimato un nuovo, ennesimo, temibile ”Aiài”.

Oiòi, gli rispondevano in lontananza.

 

 

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